Leggete quindi di come i 6 valorosi marine della squadra Echo sopravvissero ai giorni dal 19 al 23 Settembre 2552.
Prologo
Spoiler
Il caporalmaggiore Andrew McKenzie guardava fuori dalla finestra della stanza; o meglio, da quel lastrone di vetro, o quel che era, che faceva la differenza fra l’avere ancora la testa tutta intera o averla spappolata dalla decompressione.
In lontananza c’era un cerchio bluastro non più grande di lui (visto da lì, ovviamente), che stava crescendo da un po’ di tempo: guardando l’orologio si accorse che lo stava fissando da almeno venti minuti, con le mani dietro la schiena come faceva il capitano, e che stava anche pensando di dargli un nome; non un nome da pianeta, ma uno che darebbe a suo figlio.
L’idea lo fece rabbrividire e distolse lo sguardo, che andò a posarsi sulla sua squadra, dietro di lui: Wagner stava facendo i suoi stupidi esercizi per tenersi in forma; le punte della sua bocca si issarono in un sorriso, pensando al fatto che lui, a differenza di Wagner, non aveva bisogno di tornare in forma.
Lui non era mai stato in forma.
Subito accanto al soldato scelto Wagner c’erano i soldati semplici Grepo, Mungle e DeMayo, che giocavano a carte su un tavolino ed alcuni sgabelli presi da qualche parte in giro per la nave.
Mungle avrebbe potuto essere tranquillamente suo superiore: appena 8 mesi prima aveva il grado di sergente; era stato degradato dopo aver cercato di guidare un Falcon ed essersi schiantato sul warthog del colonnello Ackerson parcheggiato fuori dalla base UNSC di Mare Erythraeum, su Marte.
“Volevo solo provare a fare un giro” fu la sua scusa davanti al colonnello, che lo degradò all’istante e lo spedì in prima linea con la peggiore squadra mai vista in tutto il corpo dei marine: la sua.
McKenzie comandava la squadra Echo, famosa per i suoi insuccessi ed incompetenza.
Se non fossero stati in questi tempi di crisi probabilmente la corte marziale li avrebbe già condannati tutti a morte, ma l’UNSC aveva bisogno di ogni singolo uomo, anche di loro “inutili pezzi di m**da, buoni solo a prendere Shaw-Fujikawa su per il culo” (cortese descrizione offerta dal maggiore Antonio Silva).
Il suo secondo in comando, il caporale Panchenko, dormiva della grossa su una panchina di legno, accanto alla porta.
McKenzie guardò nuovamente l’orologio digitale sul muro: segnava le 01:22 AM.
In quel momento Mungle prese la parola: “Secondo voi dove siamo?”.
“Su una nave?” fu la risposta di un ansimante Wagner, seduto sul pavimento e sudato fradicio.
“Ma no”, intervenne DeMayo, “lui intende dove ci troviamo nello spazio”.
“Ma Dai?”, lo derise Wagner, inclinando la testa di lato e sfoggiando un’ espressione ebete.
Grepo staccò una mano dalle carte e puntò il dito verso Mungle. “Siamo nel buco di culo della galassia, ecco dove siamo”; soddisfatto, riprese il gioco e fece una delle sue risate malvagie mentre metteva con violenza una carta sul terreno di gioco.
Mentre Mungle e DeMayo imprecavano, Wagner si avvicinò al tavolino con un asciugamano poggiato intorno al collo: “Non credo”, disse, “è già da un po’ che viaggiamo. Scommetto che abbiamo già terminato la procedura dei salti casuali e che siamo al sicuro nel sistema solare.”
Finalmente McKenzie si voltò e prese la parola: “Ah sì? Per caso ti ricordi se intorno a Nettuno ruotava un gigantesco anello artificiale?”
Tutti si voltarono verso di lui, come se fosse un idiota.
Sorrise, pensando che aveva di nuovo l’occasione di fare il saccente, che scopre le cose molto prima degli altri e poi deve spiegargliele.
Adorava farlo.
Con il pollice della mano destra indicò un generico punto dietro di lui: “Venite a vedere”, disse.
I 5 si accalcarono alla finestra, appannandola con il loro respiro.
“Ma che ca**o...” disse Wagner, riassumendo abbastanza bene i pensieri di tutti.
“Potrebbe essere una nuova arma svillupata dall’ONI” azzardò DeMayo.
“Dev’essere per forza così” Intervenne Mungle, “Altrimenti che ca**o ci fa una cosa del genere nel sistema solare?”
Basta così, pensò McKenzie: era il momento di dimostrare il suo intelletto superiore.
La sua passione delle elementari per i pianeti alla fine era servita a qualcosa: assunse una posa drammatica per esporre le sue conclusioni. “Oppure quello non è Nettuno”.
Ebbe un deja-vù quando di nuovo tutti si voltarono a guardarlo, ed a stento trattenne un sorriso. “E’ ben più grosso di Nettuno. Ci troviamo di fronte ad una struttura dei Covenant sconosciuta” disse, e poi si bloccò in attesa delle reazioni degli altri.
I 4 membri della sua squadra si fissarono a vicenda: poi Mungle annuì e disse: “E’ Nettuno.”
“Già”, gli fece eco Wagner, e tutti tornarono a fare ciò che facevano prima della sua dichiarazione.
McKenzie li guardò rimanendo esattamente immobile, e muovendo solamente gli occhi.
Si voltò di nuovo ad osservare il gigante gassoso bluastro, proprio mentre Grepo inveiva contro DeMayo, il quale, secondo lui, era colpevole di aver preso delle carte mentre nessuno lo guardava.
Pensò di chiamare il gigante gassoso Alice, come la sua fidanzatina dell’asilo.
Già, Alice andava bene: di sicuro sarebbe stato un interlocutore più intelligente dei membri della sua squadra.
Il caporalmaggiore Andrew McKenzie guardava fuori dalla finestra della stanza; o meglio, da quel lastrone di vetro, o quel che era, che faceva la differenza fra l’avere ancora la testa tutta intera o averla spappolata dalla decompressione.
In lontananza c’era un cerchio bluastro non più grande di lui (visto da lì, ovviamente), che stava crescendo da un po’ di tempo: guardando l’orologio si accorse che lo stava fissando da almeno venti minuti, con le mani dietro la schiena come faceva il capitano, e che stava anche pensando di dargli un nome; non un nome da pianeta, ma uno che darebbe a suo figlio.
L’idea lo fece rabbrividire e distolse lo sguardo, che andò a posarsi sulla sua squadra, dietro di lui: Wagner stava facendo i suoi stupidi esercizi per tenersi in forma; le punte della sua bocca si issarono in un sorriso, pensando al fatto che lui, a differenza di Wagner, non aveva bisogno di tornare in forma.
Lui non era mai stato in forma.
Subito accanto al soldato scelto Wagner c’erano i soldati semplici Grepo, Mungle e DeMayo, che giocavano a carte su un tavolino ed alcuni sgabelli presi da qualche parte in giro per la nave.
Mungle avrebbe potuto essere tranquillamente suo superiore: appena 8 mesi prima aveva il grado di sergente; era stato degradato dopo aver cercato di guidare un Falcon ed essersi schiantato sul warthog del colonnello Ackerson parcheggiato fuori dalla base UNSC di Mare Erythraeum, su Marte.
“Volevo solo provare a fare un giro” fu la sua scusa davanti al colonnello, che lo degradò all’istante e lo spedì in prima linea con la peggiore squadra mai vista in tutto il corpo dei marine: la sua.
McKenzie comandava la squadra Echo, famosa per i suoi insuccessi ed incompetenza.
Se non fossero stati in questi tempi di crisi probabilmente la corte marziale li avrebbe già condannati tutti a morte, ma l’UNSC aveva bisogno di ogni singolo uomo, anche di loro “inutili pezzi di m**da, buoni solo a prendere Shaw-Fujikawa su per il culo” (cortese descrizione offerta dal maggiore Antonio Silva).
Il suo secondo in comando, il caporale Panchenko, dormiva della grossa su una panchina di legno, accanto alla porta.
McKenzie guardò nuovamente l’orologio digitale sul muro: segnava le 01:22 AM.
In quel momento Mungle prese la parola: “Secondo voi dove siamo?”.
“Su una nave?” fu la risposta di un ansimante Wagner, seduto sul pavimento e sudato fradicio.
“Ma no”, intervenne DeMayo, “lui intende dove ci troviamo nello spazio”.
“Ma Dai?”, lo derise Wagner, inclinando la testa di lato e sfoggiando un’ espressione ebete.
Grepo staccò una mano dalle carte e puntò il dito verso Mungle. “Siamo nel buco di culo della galassia, ecco dove siamo”; soddisfatto, riprese il gioco e fece una delle sue risate malvagie mentre metteva con violenza una carta sul terreno di gioco.
Mentre Mungle e DeMayo imprecavano, Wagner si avvicinò al tavolino con un asciugamano poggiato intorno al collo: “Non credo”, disse, “è già da un po’ che viaggiamo. Scommetto che abbiamo già terminato la procedura dei salti casuali e che siamo al sicuro nel sistema solare.”
Finalmente McKenzie si voltò e prese la parola: “Ah sì? Per caso ti ricordi se intorno a Nettuno ruotava un gigantesco anello artificiale?”
Tutti si voltarono verso di lui, come se fosse un idiota.
Sorrise, pensando che aveva di nuovo l’occasione di fare il saccente, che scopre le cose molto prima degli altri e poi deve spiegargliele.
Adorava farlo.
Con il pollice della mano destra indicò un generico punto dietro di lui: “Venite a vedere”, disse.
I 5 si accalcarono alla finestra, appannandola con il loro respiro.
“Ma che ca**o...” disse Wagner, riassumendo abbastanza bene i pensieri di tutti.
“Potrebbe essere una nuova arma svillupata dall’ONI” azzardò DeMayo.
“Dev’essere per forza così” Intervenne Mungle, “Altrimenti che ca**o ci fa una cosa del genere nel sistema solare?”
Basta così, pensò McKenzie: era il momento di dimostrare il suo intelletto superiore.
La sua passione delle elementari per i pianeti alla fine era servita a qualcosa: assunse una posa drammatica per esporre le sue conclusioni. “Oppure quello non è Nettuno”.
Ebbe un deja-vù quando di nuovo tutti si voltarono a guardarlo, ed a stento trattenne un sorriso. “E’ ben più grosso di Nettuno. Ci troviamo di fronte ad una struttura dei Covenant sconosciuta” disse, e poi si bloccò in attesa delle reazioni degli altri.
I 4 membri della sua squadra si fissarono a vicenda: poi Mungle annuì e disse: “E’ Nettuno.”
“Già”, gli fece eco Wagner, e tutti tornarono a fare ciò che facevano prima della sua dichiarazione.
McKenzie li guardò rimanendo esattamente immobile, e muovendo solamente gli occhi.
Si voltò di nuovo ad osservare il gigante gassoso bluastro, proprio mentre Grepo inveiva contro DeMayo, il quale, secondo lui, era colpevole di aver preso delle carte mentre nessuno lo guardava.
Pensò di chiamare il gigante gassoso Alice, come la sua fidanzatina dell’asilo.
Già, Alice andava bene: di sicuro sarebbe stato un interlocutore più intelligente dei membri della sua squadra.
I
Spoiler
Panchenko stava giocando ad un videogioco bellissimo: massacrava alieni come se fossero niente, li faceva a pezzi sparanogli, con armi corpo a corpo ed anche a pugni.
Si trovava verso la fine del livello quando una voce fuori campo lo avvertì che un “boss” si stava avvicinando: sentiva i passi dell’enorme creatura, che facevano vibrare il terreno sotto i suoi piedi, e si stavano avvicinando.
A giudicare dalla frequenza dei rumori, doveva avere sicuramente più di due gambe: si aspettava un ragno enorme, magari anche peloso e con mille occhi, come quelli che aveva visto nel videogioco horrorifico “Space Death”.
Gran gioco anche quello.
Si decise a svoltare l’angolo dietro al quale si doveva trovare la presunta mostruosità, e finalmente vide cosa lo stava caricando a tutta velocità, ed aveva sbagliato: erano due enormi creature.
Avevano una corazza di un blu intenso e tenevano un enorme scudo con un braccio, ed un enorme cannone al plasma fissato nell’altro; i loro cannoni si accesero di un verde intenso ed un raggio ne lasciò l’estremità, ma ad una velocità relativamente lenta, tanto che per lui non furono difficili da evitare.
Prima che riuscissero a sparare un secondo colpo, corse verso l’alieno di destra e si arrampicò sul suo scudo: si aggrappò agli spessi aghi che gli spuntavano dalla schiena e fece fuoco nel suo collo esposto; una breve raffica fu sufficente a farlo barcollare verso l’altra creatura, che non riusciva ad avere una visuale di tiro libera.
In quel momento salì sulla testa della creatura che stava cavalcando e con una spinta si gettò verso l’altra creatura, con tanta forza che la sua “cavalcatura” rovinò a terra, esanime.
L’altra creatura, sorpresa, sollevò il cannone al plasma, la cui punta brillava di verde...
Ed in quel momento Panchenko fu risvegliato da un violento pugno allo stomaco: si piegò in due, cadendo dalla panchina su cui si era addormentato, e si ritrovò sul pavimento a quattro zampe, o meglio a tre zampe, dato che con una mano si stava tenendo il ventre mentre annaspava in cerca d’aria e sputacchiava quel poco che aveva nello stomaco.
“Sapevo che avresti sofferto di meno se fossi morto nel sonno, è per questo che ti ho svegliato, testa di ca**o!” udì gridare verso di lui, da sopra: era la voce del sergente German Floyd, il quale, in effetti, non era mai stato un tipo amichevole.
Cercò di alzare la testa e vide i suoi compagni: DeMayo, Mungle e Grepo intorno ad un tavolino, con carte sparse ovunque, e McKenzie e Wagner subito dietro: quest’ultimo doveva essersi rivestito in tutta fretta dato che aveva la placca protettiva per il torace messa al contrario, e stava facendo di tutto perchè il sergente non se ne accorgesse.
Sapeva che se se ne fosse accorto, probabilmente gli avrebbe fatto fare almeno 10 giri della nave.
All’esterno, nudo.
Si rese conto che si era completamente perso il discorso del sergente perchè era troppo impegnato a non svenire per il dolore.
“Ed ora seguitemi” fu l’unica cosa che riuscì a cogliere: vide i suoi compagni che iniziarono ad incamminarsi fuori dalla stanza in religioso silenzio, e Wagner, che era l’ultimo della fila, lo aiutò a rialzarsi.
Una volta in piedi, barcollò un po’ ma si riprese dopo qualche passo.
Cercando di apparire il più in forma possibile, si voltò verso Wagner. “Che succede?”
“Abbiamo i Covenant al culo” fu la risposta.
“Dove siamo?”
“Nel sistema solare.”
Panchenko riflettè un attimo su quella risposta: Covenant nel sistema solare significava male. Molto male.
I suoi pensieri furono interrotti quando vide, davanti a lui, McKenzie che si voltava verso Wagner e lo fulminava con lo sguardo: “Non siamo nel sistema solare”, disse a denti stretti.
Wagner lo ignorò, e proseguirono in silenzio.
Panchenko non era ancora riuscito ad elaborare quell’informazione: un po’ per il dolore, un po’ perchè era veramente difficile da credere.
Pensando al dolore, disse: “Però avreste potuto svegliarmi, ca**o.”
“DeMayo ci ha provato, ma tu ti sei voltato dall’altra parte ed hai continuato.” Ribattè Wagner, “Non ti ha svegliato nemmeno l’allarme!”
L’allarme: Panchenko c’era così abituato che non si era nemmeno accorto che stava suonando da quando si era svegliato.
Avrebbe dovuto fare sempre affidamento ai suoi commilitoni perchè lo svegliassero in caso di pericolo, e chissà perchè, la cosa non lo confortava affatto.
Ripensò al videogioco che stava sognando: una di quelle stronzate propagandistiche dell’UNSC, che su di lui avevano fatto effetto.
Si era arruolato proprio perchè pensava che i covenant fossero delle fighette, com’era in quel gioco: come si chiamava? Qualcosa come “Destroy all aliens!”, non ricordava bene.
Arrivarono di fronte ad una scialuppa di salvataggio Bumblebee, e Floyd li spinse dentro uno ad uno.
Panchenko si voltò verso il sergente e disse: “Ma perchè ci fate evacuare per primi?”
“Già, avete bisogno di noi per proteggere la nave!” Gli fece eco DeMayo.
Panchenko vide che anche Wagner voleva dire qualcosa di eroico, ma poi si bloccò: probabilmente non gli veniva in mente nient’ altro.
“Dovreste ringraziarmi, se fosse stato per me vi avremmo lasciato sulla nave, con le spalle al muro contro i Covenant” ringhiò Floyd, “Ma quella moralista della McKay ha fatto gli occhi lucidi da gattina e quel cogl***e di Silva si è intenerito. E poi,” disse indicando la punta del Bumblebee, dietro a Panchenko, “pare che ai vostri compagni non dispiaccia affatto”.
In quel momento il caporale si voltò, e vide che Mungle, Grepo e McKenzie stavano già litigando per i posti a sedere.
“Che coraggio” sospirò Wagner, allargando le braccia e poi lasciandole ricadere sui fianchi.
McKenzie si voltò verso di lui: “Che c’è? Lo sai che devo stare davanti e guardare la strada, altrimenti mi viene da vomitare!”
Panchenko sentì il portellone chiudersi dietro di lui, e si girò.
Fece in tempo a vedere il sergente Floyd che digitava qualcosa su di una tastierina di fianco al portellone, mentre ridacchiava fra sè e sè, scuotendo la testa.
Colse alcune parole dalle sue labbra: ”Che branco di...” ma non riuscì ad interpretare l’ultima parola, o forse non volle.
Quando il Bumblebee si sganciò, il sergente rivolse un saluto beffardo a lui, Wagner e DeMayo, che lo stavano ancora guardando, e poi gli diede le spalle, ridendo con gusto.
I tre continuarono a fissare la nave da cui si stavano allontanando per qualche istante, finchè non udirono Grepo dietro di loro dire con voce tremante: “Ragazzi...”
Tutti si voltarono verso di lui, per scoprire che era bianco come un cencio.
“Che ca**o hai, Grepo?” gli gridò contro McKenzie, “Sono io qui quello che dovrebbe vomitare!”
Grepo indicò silenziosamente e lentamente il posto di guida del Bumblebee.
Era vuoto.
Panchenko stava giocando ad un videogioco bellissimo: massacrava alieni come se fossero niente, li faceva a pezzi sparanogli, con armi corpo a corpo ed anche a pugni.
Si trovava verso la fine del livello quando una voce fuori campo lo avvertì che un “boss” si stava avvicinando: sentiva i passi dell’enorme creatura, che facevano vibrare il terreno sotto i suoi piedi, e si stavano avvicinando.
A giudicare dalla frequenza dei rumori, doveva avere sicuramente più di due gambe: si aspettava un ragno enorme, magari anche peloso e con mille occhi, come quelli che aveva visto nel videogioco horrorifico “Space Death”.
Gran gioco anche quello.
Si decise a svoltare l’angolo dietro al quale si doveva trovare la presunta mostruosità, e finalmente vide cosa lo stava caricando a tutta velocità, ed aveva sbagliato: erano due enormi creature.
Avevano una corazza di un blu intenso e tenevano un enorme scudo con un braccio, ed un enorme cannone al plasma fissato nell’altro; i loro cannoni si accesero di un verde intenso ed un raggio ne lasciò l’estremità, ma ad una velocità relativamente lenta, tanto che per lui non furono difficili da evitare.
Prima che riuscissero a sparare un secondo colpo, corse verso l’alieno di destra e si arrampicò sul suo scudo: si aggrappò agli spessi aghi che gli spuntavano dalla schiena e fece fuoco nel suo collo esposto; una breve raffica fu sufficente a farlo barcollare verso l’altra creatura, che non riusciva ad avere una visuale di tiro libera.
In quel momento salì sulla testa della creatura che stava cavalcando e con una spinta si gettò verso l’altra creatura, con tanta forza che la sua “cavalcatura” rovinò a terra, esanime.
L’altra creatura, sorpresa, sollevò il cannone al plasma, la cui punta brillava di verde...
Ed in quel momento Panchenko fu risvegliato da un violento pugno allo stomaco: si piegò in due, cadendo dalla panchina su cui si era addormentato, e si ritrovò sul pavimento a quattro zampe, o meglio a tre zampe, dato che con una mano si stava tenendo il ventre mentre annaspava in cerca d’aria e sputacchiava quel poco che aveva nello stomaco.
“Sapevo che avresti sofferto di meno se fossi morto nel sonno, è per questo che ti ho svegliato, testa di ca**o!” udì gridare verso di lui, da sopra: era la voce del sergente German Floyd, il quale, in effetti, non era mai stato un tipo amichevole.
Cercò di alzare la testa e vide i suoi compagni: DeMayo, Mungle e Grepo intorno ad un tavolino, con carte sparse ovunque, e McKenzie e Wagner subito dietro: quest’ultimo doveva essersi rivestito in tutta fretta dato che aveva la placca protettiva per il torace messa al contrario, e stava facendo di tutto perchè il sergente non se ne accorgesse.
Sapeva che se se ne fosse accorto, probabilmente gli avrebbe fatto fare almeno 10 giri della nave.
All’esterno, nudo.
Si rese conto che si era completamente perso il discorso del sergente perchè era troppo impegnato a non svenire per il dolore.
“Ed ora seguitemi” fu l’unica cosa che riuscì a cogliere: vide i suoi compagni che iniziarono ad incamminarsi fuori dalla stanza in religioso silenzio, e Wagner, che era l’ultimo della fila, lo aiutò a rialzarsi.
Una volta in piedi, barcollò un po’ ma si riprese dopo qualche passo.
Cercando di apparire il più in forma possibile, si voltò verso Wagner. “Che succede?”
“Abbiamo i Covenant al culo” fu la risposta.
“Dove siamo?”
“Nel sistema solare.”
Panchenko riflettè un attimo su quella risposta: Covenant nel sistema solare significava male. Molto male.
I suoi pensieri furono interrotti quando vide, davanti a lui, McKenzie che si voltava verso Wagner e lo fulminava con lo sguardo: “Non siamo nel sistema solare”, disse a denti stretti.
Wagner lo ignorò, e proseguirono in silenzio.
Panchenko non era ancora riuscito ad elaborare quell’informazione: un po’ per il dolore, un po’ perchè era veramente difficile da credere.
Pensando al dolore, disse: “Però avreste potuto svegliarmi, ca**o.”
“DeMayo ci ha provato, ma tu ti sei voltato dall’altra parte ed hai continuato.” Ribattè Wagner, “Non ti ha svegliato nemmeno l’allarme!”
L’allarme: Panchenko c’era così abituato che non si era nemmeno accorto che stava suonando da quando si era svegliato.
Avrebbe dovuto fare sempre affidamento ai suoi commilitoni perchè lo svegliassero in caso di pericolo, e chissà perchè, la cosa non lo confortava affatto.
Ripensò al videogioco che stava sognando: una di quelle stronzate propagandistiche dell’UNSC, che su di lui avevano fatto effetto.
Si era arruolato proprio perchè pensava che i covenant fossero delle fighette, com’era in quel gioco: come si chiamava? Qualcosa come “Destroy all aliens!”, non ricordava bene.
Arrivarono di fronte ad una scialuppa di salvataggio Bumblebee, e Floyd li spinse dentro uno ad uno.
Panchenko si voltò verso il sergente e disse: “Ma perchè ci fate evacuare per primi?”
“Già, avete bisogno di noi per proteggere la nave!” Gli fece eco DeMayo.
Panchenko vide che anche Wagner voleva dire qualcosa di eroico, ma poi si bloccò: probabilmente non gli veniva in mente nient’ altro.
“Dovreste ringraziarmi, se fosse stato per me vi avremmo lasciato sulla nave, con le spalle al muro contro i Covenant” ringhiò Floyd, “Ma quella moralista della McKay ha fatto gli occhi lucidi da gattina e quel cogl***e di Silva si è intenerito. E poi,” disse indicando la punta del Bumblebee, dietro a Panchenko, “pare che ai vostri compagni non dispiaccia affatto”.
In quel momento il caporale si voltò, e vide che Mungle, Grepo e McKenzie stavano già litigando per i posti a sedere.
“Che coraggio” sospirò Wagner, allargando le braccia e poi lasciandole ricadere sui fianchi.
McKenzie si voltò verso di lui: “Che c’è? Lo sai che devo stare davanti e guardare la strada, altrimenti mi viene da vomitare!”
Panchenko sentì il portellone chiudersi dietro di lui, e si girò.
Fece in tempo a vedere il sergente Floyd che digitava qualcosa su di una tastierina di fianco al portellone, mentre ridacchiava fra sè e sè, scuotendo la testa.
Colse alcune parole dalle sue labbra: ”Che branco di...” ma non riuscì ad interpretare l’ultima parola, o forse non volle.
Quando il Bumblebee si sganciò, il sergente rivolse un saluto beffardo a lui, Wagner e DeMayo, che lo stavano ancora guardando, e poi gli diede le spalle, ridendo con gusto.
I tre continuarono a fissare la nave da cui si stavano allontanando per qualche istante, finchè non udirono Grepo dietro di loro dire con voce tremante: “Ragazzi...”
Tutti si voltarono verso di lui, per scoprire che era bianco come un cencio.
“Che ca**o hai, Grepo?” gli gridò contro McKenzie, “Sono io qui quello che dovrebbe vomitare!”
Grepo indicò silenziosamente e lentamente il posto di guida del Bumblebee.
Era vuoto.
II
Spoiler
Mungle guardò McKenzie, che era accanto a lui, e stava ancora fissando il sedile vuoto del pilota.
Dietro di loro c’erano DeMayo e Panchenko, abbracciati insieme, e Wagner, appoggiato al portellone in fondo alla scialuppa, che a stento riusciva a non mostrare il suo terrore.
Nessuno di loro sapeva pilotare quel coso; chissà dove sarebbero finiti.
Sperava solo che nessuno si ricordasse-
“Vince!” gridò Grepo, che ora era in piedi davanti a lui e lo stava indicando, “Tu hai esperienza di volo! Puoi pilotare questo coso!”
ca**o. Se l’era ricordato.
“Bhè, sì” rispose, “ma mi sono schiantato dopo poco, ed era un Falcon. Per il resto di esperienza ho solo i modellini di Longsword che facevo volare da bambino, ma quelli li tenevo in mano e facevo il rumore con la bocca.”
“E’ sufficiente!” gli rispose l’altro.
“Ed anche quelli mi precipitavano spesso!” cercò di dire, ma ormai Grepo l’aveva già preso di peso e spinto sulla sedia del pilota.
Una volta sedutosi, si sentì stranamente determinato: acquistò una sicurezza che fino a pochi istanti prima non pensava di avere; finalmente stava pilotando una nave tutta sua, anche se era una stupida scialuppa di salvataggio, e non ci sarebbe stato nessun colonnello a fermarlo stavolta.
Ci sarebbe stato solo un anello largo decine di chilometri.
“Bhè, ora possiamo decidere come morire, almeno” disse McKenzie alla sua destra: a quanto pare anche lui si era ripreso, ed aveva già iniziato con le sue battute di m**da.
“Io voto per morire stritolato dalla gravità di Alice” continuò, “dato che l’alternativa è morire di fame dirigendoci verso lo spazio aperto.”
“Alice?” Chiese Wagner, che aveva raggiunto la cima della scialuppa, con DeMayo e Panchenko.
McKenzie lo ignorò: anche Mungle si chiese cosa c’entrasse Alice con Nettuno, ma non c’era tempo in quel momento; doveva salvare le vite dei suoi commilitoni.
Vite delle quali non gli era importato nulla fino a quel momento, pensò.
Una volta presa dimestichezza coi comandi, se di questo si poteva parlare, dato che li aveva premuti un po’ tutti per vedere cosa facevano, alzò un dito e disse: ”Nessuno morirà. Atterreremo su quell’anello tutti sani e salvi; Adesso per favore, sedetevi e godetevi il viaggio offertovi dalla Vincent Mungle Airlines.”
Grepo gli colpì l’elmetto con il dorso della mano. “Ma sentilo! Pensi di riuscire a beccarlo?”
“Bhè, sono riuscito a colpire proprio il warthog di Ackerson in un parcheggio pieno di altri veicoli.” replicò Mungle.
“Ora non venirmi a dire che l’hai fatto apposta, eh” s’intromise Panchenko, mentre si allontanava e si assicurava al suo posto.
“Quel tipo mi sta veramente sui coglioni” ribattè, “Forse il mio subconscio...”
“Allora siamo d’accordo” intervenne McKenzie, “ci porterai fuori di qui. Ti ordino di non precipitare.”
Mungle annuì con decisione.
Tutti i componenti della sua squadra erano a sedere, agganciati saldamente.
Sulla navetta calò il silenzio assoluto: entrò nell’atmosfera dell’anello vibrando violentemente e fu nettamente rallentata da essa.
Mungle poteva vedere il terreno sotto di lui: una vallata verde con strane torri mai viste prima, ed una collinetta che le dominava, verso il quale si stavano dirigendo.
Il terreno si avvicinava ad una velocità impressionante: i freni del Bumblebee si attivarono e la navetta sembrò aprirsi come un ombrello.
Si stava ancora riprendendo dalla brusca frenata quando impattarono col terreno: chiuse gli occhi e sentì una forza incredibile che cercava di farlo schizzare dal sedile.
Pian piano la forza si affievolì fino a svanire del tutto, e Mungle si appoggiò allo schienale, esausto.
Ce l’aveva fatta.
McKenzie fu il primo a riaprire bocca dopo l’atterraggio, ma non per parlare: si sganciò dalle protezioni e corse fuori.
Prima che gli altri riuscissero anche solo a rendersi conto che erano vivi, il caporalmaggiore stava già vomitando l’anima fuori dalla scialuppa.
All’interno della navetta, DeMayo e Panchenko stavano cercando di risvegliare Wagner, che per via della sua altezza al momento dell’impatto aveva sbattuto la testa sul soffitto del Bumblebee ed era svenuto.
Grepo e Mungle li superarono ed uscirono, guardando la navetta fumante.
“Ce l’hai fatta per davvero” gli disse Grepo. “Che culo”.
Mungle si guardò intorno: alla sua destra, fra gli alberi, s’intravedeva la vallata che aveva visto prima, mentre precipitavano, mentre alla sua sinistra c’era McKenzie a terra a quattro zampe, e davanti al caporalmaggiore una pozza di saliva mista alla sostanza altamente proteica che dovevano inghiottire appena si svegliavano dall’ibernazione, cosa avvenuta non più di un’ora prima.
Da dietro di lui uscirono dalla capsula anche DeMayo, Panchenko ed un barcollante Wagner, e tutti gli fecero i complimenti, dandogli pacche sulla testa e sulle spalle; tutti tranne Grepo, che guardava ridacchiando McKenzie, ancora in preda ai conati.
Sorrise, godendosi quel momento di gloria.
Si chiese quando sarebbe stato il momento migliore per dire ai suoi compagni che premendo pulsanti a caso si era accorto che il pilota automatico era già attivo.
Mungle guardò McKenzie, che era accanto a lui, e stava ancora fissando il sedile vuoto del pilota.
Dietro di loro c’erano DeMayo e Panchenko, abbracciati insieme, e Wagner, appoggiato al portellone in fondo alla scialuppa, che a stento riusciva a non mostrare il suo terrore.
Nessuno di loro sapeva pilotare quel coso; chissà dove sarebbero finiti.
Sperava solo che nessuno si ricordasse-
“Vince!” gridò Grepo, che ora era in piedi davanti a lui e lo stava indicando, “Tu hai esperienza di volo! Puoi pilotare questo coso!”
ca**o. Se l’era ricordato.
“Bhè, sì” rispose, “ma mi sono schiantato dopo poco, ed era un Falcon. Per il resto di esperienza ho solo i modellini di Longsword che facevo volare da bambino, ma quelli li tenevo in mano e facevo il rumore con la bocca.”
“E’ sufficiente!” gli rispose l’altro.
“Ed anche quelli mi precipitavano spesso!” cercò di dire, ma ormai Grepo l’aveva già preso di peso e spinto sulla sedia del pilota.
Una volta sedutosi, si sentì stranamente determinato: acquistò una sicurezza che fino a pochi istanti prima non pensava di avere; finalmente stava pilotando una nave tutta sua, anche se era una stupida scialuppa di salvataggio, e non ci sarebbe stato nessun colonnello a fermarlo stavolta.
Ci sarebbe stato solo un anello largo decine di chilometri.
“Bhè, ora possiamo decidere come morire, almeno” disse McKenzie alla sua destra: a quanto pare anche lui si era ripreso, ed aveva già iniziato con le sue battute di m**da.
“Io voto per morire stritolato dalla gravità di Alice” continuò, “dato che l’alternativa è morire di fame dirigendoci verso lo spazio aperto.”
“Alice?” Chiese Wagner, che aveva raggiunto la cima della scialuppa, con DeMayo e Panchenko.
McKenzie lo ignorò: anche Mungle si chiese cosa c’entrasse Alice con Nettuno, ma non c’era tempo in quel momento; doveva salvare le vite dei suoi commilitoni.
Vite delle quali non gli era importato nulla fino a quel momento, pensò.
Una volta presa dimestichezza coi comandi, se di questo si poteva parlare, dato che li aveva premuti un po’ tutti per vedere cosa facevano, alzò un dito e disse: ”Nessuno morirà. Atterreremo su quell’anello tutti sani e salvi; Adesso per favore, sedetevi e godetevi il viaggio offertovi dalla Vincent Mungle Airlines.”
Grepo gli colpì l’elmetto con il dorso della mano. “Ma sentilo! Pensi di riuscire a beccarlo?”
“Bhè, sono riuscito a colpire proprio il warthog di Ackerson in un parcheggio pieno di altri veicoli.” replicò Mungle.
“Ora non venirmi a dire che l’hai fatto apposta, eh” s’intromise Panchenko, mentre si allontanava e si assicurava al suo posto.
“Quel tipo mi sta veramente sui coglioni” ribattè, “Forse il mio subconscio...”
“Allora siamo d’accordo” intervenne McKenzie, “ci porterai fuori di qui. Ti ordino di non precipitare.”
Mungle annuì con decisione.
Tutti i componenti della sua squadra erano a sedere, agganciati saldamente.
Sulla navetta calò il silenzio assoluto: entrò nell’atmosfera dell’anello vibrando violentemente e fu nettamente rallentata da essa.
Mungle poteva vedere il terreno sotto di lui: una vallata verde con strane torri mai viste prima, ed una collinetta che le dominava, verso il quale si stavano dirigendo.
Il terreno si avvicinava ad una velocità impressionante: i freni del Bumblebee si attivarono e la navetta sembrò aprirsi come un ombrello.
Si stava ancora riprendendo dalla brusca frenata quando impattarono col terreno: chiuse gli occhi e sentì una forza incredibile che cercava di farlo schizzare dal sedile.
Pian piano la forza si affievolì fino a svanire del tutto, e Mungle si appoggiò allo schienale, esausto.
Ce l’aveva fatta.
McKenzie fu il primo a riaprire bocca dopo l’atterraggio, ma non per parlare: si sganciò dalle protezioni e corse fuori.
Prima che gli altri riuscissero anche solo a rendersi conto che erano vivi, il caporalmaggiore stava già vomitando l’anima fuori dalla scialuppa.
All’interno della navetta, DeMayo e Panchenko stavano cercando di risvegliare Wagner, che per via della sua altezza al momento dell’impatto aveva sbattuto la testa sul soffitto del Bumblebee ed era svenuto.
Grepo e Mungle li superarono ed uscirono, guardando la navetta fumante.
“Ce l’hai fatta per davvero” gli disse Grepo. “Che culo”.
Mungle si guardò intorno: alla sua destra, fra gli alberi, s’intravedeva la vallata che aveva visto prima, mentre precipitavano, mentre alla sua sinistra c’era McKenzie a terra a quattro zampe, e davanti al caporalmaggiore una pozza di saliva mista alla sostanza altamente proteica che dovevano inghiottire appena si svegliavano dall’ibernazione, cosa avvenuta non più di un’ora prima.
Da dietro di lui uscirono dalla capsula anche DeMayo, Panchenko ed un barcollante Wagner, e tutti gli fecero i complimenti, dandogli pacche sulla testa e sulle spalle; tutti tranne Grepo, che guardava ridacchiando McKenzie, ancora in preda ai conati.
Sorrise, godendosi quel momento di gloria.
Si chiese quando sarebbe stato il momento migliore per dire ai suoi compagni che premendo pulsanti a caso si era accorto che il pilota automatico era già attivo.
III
Spoiler
Era uno spasso guardare McKenzie in quello stato; sfotterlo era una delle attività preferite di Grepo, ed era un peccato che occasioni del genere non gli si presentassero più spesso.
Un’altra opportunità per punzecchiarlo era quando gli prendeva il singhiozzo, nei momenti più disparati: si contorceva dalle risate quando lo vedeva sforzarsi di parlare correttamente fra un hic! e l’altro.
“Ehi Drew!”, gli disse, toccandolo con la punta dello stivale, “Non ti piacciono le montagne russe?” ed esplose in una risata.
“Fanculo” gli rispose quello, tossendo violentemente, “Su Kholo non ce n’erano”.
DeMayo si avvicinò a loro. “Eddai Marcus, lascialo in pace.”
Era arrivato il paciere a rovinargli il divertimento; e va bene, l’avrebbe accontentato.
Ma solo per quella volta: in fondo erano appena sopravvissuti all’abbordaggio della loro nave da parte dei Covenant, ed era di buon umore; non importava se erano fuggiti con la prima scialuppa senza aver visto nemmeno un nemico.
E poi avevano altri problemi: Panchenko aveva controllato, e nella scialuppa c’era solo qualche razione; niente armi nè tantomeno munizioni.
Avevano solo il lanciarazzi da cui Mungle non si separava mai ed una pistola che DeMayo aveva con sè quando erano stati trascinati a forza sul Bumblebee, senza caricatori di riserva.
“Quindi, che si fa ora?” chiese.
Wagner e Panchenko erano intenti ad osservare il paesaggio: “Io mi dirigerei verso le strutture di quella valle”, propose infine il caporale, indicando la vallata visibile da lì, “Ci troveranno meglio se andiamo là”.
McKenzie si era appena rialzato, ed ebbe un sussulto quando vide la distanza che li separava da quelle strutture. “Stai scherzando?”, gli disse, con gli occhi sgranati, “saranno distanti almeno una decina di chilometri!”
“Panchenko ha ragione”, intervenne Wagner, “Se restiamo qui non ci troveranno mai.”
McKenzie stava praticamente balbettando. “Non ditemi che avete intenzione di-“
Tutti annuirono, e si incamminarono.
Grepo rimase indietro e mise una mano sulla spalla di McKenzie, che ancora non si era mosso. “Dai su”, ridacchiò, “ti porterò in braccio se non ce la farai”.
I trenta minuti successivi furono una noia mortale: l’adrenalina dovuta al volo stava rapidamente scemando ed anche lui cominciava a sentirsi stanco e non più tanto di buonumore; la vallata sembrava non avvicinarsi per niente e si chiese se McKenzie non avesse avuto ragione riguardo al fatto che fosse una follia.
Ad un certo punto videro delle scie solcare il cielo, che sembravano delle comete in rotta verso di loro; si schiantarono tutte in un raggio di qualche chilometro dal centro della vallata verso cui si stavano dirigendo.
“Altre scialuppe”, commentò Wagner indicandole, “anche gli altri devono aver deciso di radunarsi in quella vallata”.
Panchenko fece cenno a tutti di muoversi. “Andiamo, in fretta. Siamo ancora molto distanti.”
Grepo si guardò intorno. “Dov’è Drew?”
Mungle, di fianco a lui, gli indicò il terreno: Grepo abbassò lo sguardò per scoprire che McKenzie era disteso sull’erba a pancia in sù, respirando affannosamente.
Non riuscì a trattenere una risata: sembrava un pesce fuor d’acqua.
Si chiese come avesse fatto a sopravvivere all’addestramento.
“E’ ancora valido quel passaggio?”, gli chiese, ansimando.
“Ovvio che no”, replicò Grepo, “Dai però, alza il culo. E’ tutta in discesa!”
In quel momento la radio di Wagner gracchiò. “Qui pelican Echo 419, qualcuno mi riceve? Ripeto, a tutto il personale UNSC, rispondete!”
“Ti ricevo, Echo 419!”, fu l’entusiasta risposta di Wagner, “Accidenti è bello sentirti!”
Ma in quel momento la sua voce fu sovrastata da un’altra, femminile. “Cortana a Echo 419. Sei tu, Foehammer?”
“L’IA della Autumn?” disse Panchenko, inarcando un sopracciglio.
Le due voci alla radio continuarono a parlare anche quando Wagner gridò nuovamente: “Cortana! Echo 419! qualcuno mi riceve?”
Il suo sguardo passò dal cielo al terreno, e le sue spalle si abbassarono, mentre si voltava a guardare gli altri con uno sguardo buio pesto. “Ci hanno impostato le radio in sola ricezione”, annunciò, “di nuovo.”
Ci furono lunghi istanti di silenzio per assorbire la notizia.
Chi poteva odiarli a tal punto, si chiese Grepo: avrebbe spaccato la faccia a qualcuno appena tornato alla base.
Sempre che ci fosse una base a cui andare.
I suoi pensieri furono interrotti da Panchenko. “Allora faremo meglio a muoverci. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto.”
Mungle si sporse verso Grepo. “Chi è Maometto?” disse a bassa voce.
Grepo andò a ricercare nei meandri della sua mente, nella sezione “quel poco che ho studiato di storia”.
“Penso fosse il messia di quella religione i cui membri si sono suicidati in massa qualche secolo fa” concluse.
“E che c’entra questo con le montagne?”
“Significa che dobbiamo muoverci, o rimarremo bloccati qui”, s’intromise Panchenko, “Perchè loro non verrano a prenderci”
Dopo poco DeMayo prese la parola. “Vi siete mai chiesti se qualcuno stia cercando di sbarazzarsi di noi?”
“Forse è per quello che abbiamo fatto ad Harmony qualche mese fa?” chiese Mungle.
Grepo se lo ricordava bene: si trovavano di pattuglia in uno spazioporto quando Mungle si era messo a giocare con dei comandi, ed aveva spedito due trasporti in rotta verso la stella del sistema; per evitare che scoprissero il disastro che avevano combinato, erano riusciti a disattivare la rete di comunicazione primaria del pianeta ed avevano detto ai superiori di essere stati assaliti da un nutrito contingente di ribelli.
Come prova decisero di portare anche un ferito, che ovviamente fu Mungle, che era già stato pestato a dovere, in modo che la prossima volta che avesse deciso di premere dei tasti, ci avrebbe pensato due volte.
“Quello che tu hai fatto, vorrai dire!” gli urlò contro, “E comunque no, non lo sanno. Abbiamo dato la colpa agli Inni: ricordate quanto era incazzato il colonnello Holland?”, quel ricordo fece sorridere tutti.
Il resto della camminata verso la valle fu altamente stressante: Mungle non faceva altro che parlare di quanto fossero sexy le “donne guerriere” come Foehammer e la tenente McKay, e di quanto volesse farsele entrambe, e perchè no, magari contemporaneamente.
L’unico punto su cui Grepo era d’accordo con lui era la sua ipotesi che Cortana fosse stata progettata da un giapponese, perchè solo loro disegnano donne perfette in tutto e per tutto; ipotesi che venne però smentita da Wagner, che gli spiegò come le IA si scegliessero da sole la propria “forma”.
Come se non bastasse, la loro marcia veniva continuamenre interrotta da McKenzie che ogni tanto si fermava e dichiarava di voler morire lì, ma era tutta scena: appena gli altri gli dicevano che avrebbero onorato la sua scelta e si incamminavano senza di lui, si rialzava subito e riprendeva la marcia, anche se lamentandosi non poco, ed inveendo contro i progettatori di quella struttura, colpevoli di averla progettata con una gravità nettamente superiore ad 1 G, secondo lui.
Ma tutti sapevano che la gravità era perfettamente normale, e lo ignoravano.
Impiegarono più di un’ora a raggiungere la vallata, ed in quel tempo la radio continuò a parlare, come dotata di voce propria: seppero che lo Spartan che si trovava a bordo della Autumn stava radunando i marines che via via Echo 419 portava ad una base recentemente catturata dagli ODST di Silva, non molto lontano, denominata “Base Alfa”.
Giunsero ai piedi di una delle grandi strutture pseudo-piramidali della vallata quando videro in lontananza Echo 419 solcare il cielo, annunciando che stava portando lo Spartan e l’ultimo gruppo di marines alla base.
Il sangue si gelò nelle vene di Grepo. “Se ne stanno andando! Senza di noi!”
Panchenko, preso dal panico, gridò: “Provate a sparare un colpo, magari ci vedranno!”, per poi aggiungere “Non con il lanciarazzi!” rivolto verso Mungle, che stava già prendendo la mira.
DeMayo sparò due colpi con la sua M6D, ma il pelican continuò come se niente fosse ad allontanarsi.
Grepo sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla: era McKenzie che si stava sorreggendo a lui, mentre con l’altra mano reggeva il suo binocolo, guardando Echo 419 sparire all’orizzonte.
“Se avessi sparato col lanciarazzi ci avrebbero visto” commentò Mungle, sconsolato.
“Non c’è il warthog sul pelican” annunciò McKenzie, ancora con il binocolo davanti agli occhi.
Tutti si voltarono a guardarlo, e lui sfoggiò un ampio sorriso, ansimando. “Nella fretta di partire lo hanno lasciato a terra”, riuscì a stento a pronunciare.
Grepo ci riflettè un attimo: stava iniziando a fare buio e la Base Alfa era dannatamente distante; andare a piedi era fuori discussione.
“Per quanto mi faccia male dirlo, Drew ha ragione”, disse infine, “Dobbiamo prendere quel warthog”.
Panchenko annuì, ed indicò la direzione dalla quale era decollato Echo 419. “Dev’essere un canyon adiacente a questo. Secondo me è un chilometro al massimo. Speriamo di non incontrare Covenant”.
Fortunatamente il desiderio di Panchenko fu soddisfatto: gli unici Covenant che c’erano in tutta la vallata erano i cadaveri lasciati dallo spartan, ridotti in modi orribili; avevano ossa rotte, erano crivellati di proiettili, o avevano le impronte delle ruote del warthog addosso.
Tutto ciò fece rabbrividire Grepo: una sola persona aveva causato una distruzione del genere, e non era lui.
A circa metà strada verso l’altro canyon McKenzie collassò per la fatica, e dovettero portarlo in braccio: prima di afflosciarsi a terra, però, fece in tempo a dire: “Sto davanti...”
Le sue volontà furono onorate quando giunsero al warthog, soprattuto perchè in effetti non c’era altro posto dove metterlo: per stare dietro avrebbe dovuto aggrapparsi alla torretta, cosa che non era in condizioni di fare.
Ragionarono un po’ su come disporsi in 6 su di un veicolo da 3, massimo 4 posti: alla fine optarono per mettere Mungle sul sedile davanti con in braccio McKenzie, ancora svenuto, e Wagner alla guida.
Grepo si accomodò al posto del mitragliere del warthog, con DeMayo e Panchenko attaccati ai lati della mitragliatrice.
“Tutti pronti?” chiese Wagner.
Ci fu un coro di assenso.
Partirono andando nella direzione dove era sparito Echo 419; non sarebbe dovuto essere difficile individuare la Base Alfa, dato che si trovava su una collina che dominava tutta l’area circostante.
Per tutto il viaggio Mungle continuò a sostenere che il warthog aveva i finestrini, e che doveva solo trovare il tasto per tirarli su, mentre Wagner continuava a sostenere il contrario e cercava di bloccare le sue mani che continuavano a premere i pulsanti sul cruscotto.
Uno di essi fece partire della musica flip: cercando di spegnerla, Mungle trovò il tasto per alzare il volume, ma non quello per abbassarlo.
Ad ogni modo, la musica non fu un problema: chi più chi meno, a tutti loro piaceva la musica flip.
Apparte il fatto, ovviamente, che chiunque poteva sentirli a centinaia di metri di distanza.
Il loro arrivo alla Base Alfa fu memorabile: le facce che avevano le guardie quando li videro erano indescrivibili.
Erano sopravvissuti di nuovo: Grepo si sentiva pieno di vita e più forte che mai.
Purtroppo però, la vita ti riempiva tutto tranne lo stomaco, ed il suo inziava a lamentarsi: perciò la sua prima domanda appena arrivarono fu riguardo all’ora della cena.
Era uno spasso guardare McKenzie in quello stato; sfotterlo era una delle attività preferite di Grepo, ed era un peccato che occasioni del genere non gli si presentassero più spesso.
Un’altra opportunità per punzecchiarlo era quando gli prendeva il singhiozzo, nei momenti più disparati: si contorceva dalle risate quando lo vedeva sforzarsi di parlare correttamente fra un hic! e l’altro.
“Ehi Drew!”, gli disse, toccandolo con la punta dello stivale, “Non ti piacciono le montagne russe?” ed esplose in una risata.
“Fanculo” gli rispose quello, tossendo violentemente, “Su Kholo non ce n’erano”.
DeMayo si avvicinò a loro. “Eddai Marcus, lascialo in pace.”
Era arrivato il paciere a rovinargli il divertimento; e va bene, l’avrebbe accontentato.
Ma solo per quella volta: in fondo erano appena sopravvissuti all’abbordaggio della loro nave da parte dei Covenant, ed era di buon umore; non importava se erano fuggiti con la prima scialuppa senza aver visto nemmeno un nemico.
E poi avevano altri problemi: Panchenko aveva controllato, e nella scialuppa c’era solo qualche razione; niente armi nè tantomeno munizioni.
Avevano solo il lanciarazzi da cui Mungle non si separava mai ed una pistola che DeMayo aveva con sè quando erano stati trascinati a forza sul Bumblebee, senza caricatori di riserva.
“Quindi, che si fa ora?” chiese.
Wagner e Panchenko erano intenti ad osservare il paesaggio: “Io mi dirigerei verso le strutture di quella valle”, propose infine il caporale, indicando la vallata visibile da lì, “Ci troveranno meglio se andiamo là”.
McKenzie si era appena rialzato, ed ebbe un sussulto quando vide la distanza che li separava da quelle strutture. “Stai scherzando?”, gli disse, con gli occhi sgranati, “saranno distanti almeno una decina di chilometri!”
“Panchenko ha ragione”, intervenne Wagner, “Se restiamo qui non ci troveranno mai.”
McKenzie stava praticamente balbettando. “Non ditemi che avete intenzione di-“
Tutti annuirono, e si incamminarono.
Grepo rimase indietro e mise una mano sulla spalla di McKenzie, che ancora non si era mosso. “Dai su”, ridacchiò, “ti porterò in braccio se non ce la farai”.
I trenta minuti successivi furono una noia mortale: l’adrenalina dovuta al volo stava rapidamente scemando ed anche lui cominciava a sentirsi stanco e non più tanto di buonumore; la vallata sembrava non avvicinarsi per niente e si chiese se McKenzie non avesse avuto ragione riguardo al fatto che fosse una follia.
Ad un certo punto videro delle scie solcare il cielo, che sembravano delle comete in rotta verso di loro; si schiantarono tutte in un raggio di qualche chilometro dal centro della vallata verso cui si stavano dirigendo.
“Altre scialuppe”, commentò Wagner indicandole, “anche gli altri devono aver deciso di radunarsi in quella vallata”.
Panchenko fece cenno a tutti di muoversi. “Andiamo, in fretta. Siamo ancora molto distanti.”
Grepo si guardò intorno. “Dov’è Drew?”
Mungle, di fianco a lui, gli indicò il terreno: Grepo abbassò lo sguardò per scoprire che McKenzie era disteso sull’erba a pancia in sù, respirando affannosamente.
Non riuscì a trattenere una risata: sembrava un pesce fuor d’acqua.
Si chiese come avesse fatto a sopravvivere all’addestramento.
“E’ ancora valido quel passaggio?”, gli chiese, ansimando.
“Ovvio che no”, replicò Grepo, “Dai però, alza il culo. E’ tutta in discesa!”
In quel momento la radio di Wagner gracchiò. “Qui pelican Echo 419, qualcuno mi riceve? Ripeto, a tutto il personale UNSC, rispondete!”
“Ti ricevo, Echo 419!”, fu l’entusiasta risposta di Wagner, “Accidenti è bello sentirti!”
Ma in quel momento la sua voce fu sovrastata da un’altra, femminile. “Cortana a Echo 419. Sei tu, Foehammer?”
“L’IA della Autumn?” disse Panchenko, inarcando un sopracciglio.
Le due voci alla radio continuarono a parlare anche quando Wagner gridò nuovamente: “Cortana! Echo 419! qualcuno mi riceve?”
Il suo sguardo passò dal cielo al terreno, e le sue spalle si abbassarono, mentre si voltava a guardare gli altri con uno sguardo buio pesto. “Ci hanno impostato le radio in sola ricezione”, annunciò, “di nuovo.”
Ci furono lunghi istanti di silenzio per assorbire la notizia.
Chi poteva odiarli a tal punto, si chiese Grepo: avrebbe spaccato la faccia a qualcuno appena tornato alla base.
Sempre che ci fosse una base a cui andare.
I suoi pensieri furono interrotti da Panchenko. “Allora faremo meglio a muoverci. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto.”
Mungle si sporse verso Grepo. “Chi è Maometto?” disse a bassa voce.
Grepo andò a ricercare nei meandri della sua mente, nella sezione “quel poco che ho studiato di storia”.
“Penso fosse il messia di quella religione i cui membri si sono suicidati in massa qualche secolo fa” concluse.
“E che c’entra questo con le montagne?”
“Significa che dobbiamo muoverci, o rimarremo bloccati qui”, s’intromise Panchenko, “Perchè loro non verrano a prenderci”
Dopo poco DeMayo prese la parola. “Vi siete mai chiesti se qualcuno stia cercando di sbarazzarsi di noi?”
“Forse è per quello che abbiamo fatto ad Harmony qualche mese fa?” chiese Mungle.
Grepo se lo ricordava bene: si trovavano di pattuglia in uno spazioporto quando Mungle si era messo a giocare con dei comandi, ed aveva spedito due trasporti in rotta verso la stella del sistema; per evitare che scoprissero il disastro che avevano combinato, erano riusciti a disattivare la rete di comunicazione primaria del pianeta ed avevano detto ai superiori di essere stati assaliti da un nutrito contingente di ribelli.
Come prova decisero di portare anche un ferito, che ovviamente fu Mungle, che era già stato pestato a dovere, in modo che la prossima volta che avesse deciso di premere dei tasti, ci avrebbe pensato due volte.
“Quello che tu hai fatto, vorrai dire!” gli urlò contro, “E comunque no, non lo sanno. Abbiamo dato la colpa agli Inni: ricordate quanto era incazzato il colonnello Holland?”, quel ricordo fece sorridere tutti.
Il resto della camminata verso la valle fu altamente stressante: Mungle non faceva altro che parlare di quanto fossero sexy le “donne guerriere” come Foehammer e la tenente McKay, e di quanto volesse farsele entrambe, e perchè no, magari contemporaneamente.
L’unico punto su cui Grepo era d’accordo con lui era la sua ipotesi che Cortana fosse stata progettata da un giapponese, perchè solo loro disegnano donne perfette in tutto e per tutto; ipotesi che venne però smentita da Wagner, che gli spiegò come le IA si scegliessero da sole la propria “forma”.
Come se non bastasse, la loro marcia veniva continuamenre interrotta da McKenzie che ogni tanto si fermava e dichiarava di voler morire lì, ma era tutta scena: appena gli altri gli dicevano che avrebbero onorato la sua scelta e si incamminavano senza di lui, si rialzava subito e riprendeva la marcia, anche se lamentandosi non poco, ed inveendo contro i progettatori di quella struttura, colpevoli di averla progettata con una gravità nettamente superiore ad 1 G, secondo lui.
Ma tutti sapevano che la gravità era perfettamente normale, e lo ignoravano.
Impiegarono più di un’ora a raggiungere la vallata, ed in quel tempo la radio continuò a parlare, come dotata di voce propria: seppero che lo Spartan che si trovava a bordo della Autumn stava radunando i marines che via via Echo 419 portava ad una base recentemente catturata dagli ODST di Silva, non molto lontano, denominata “Base Alfa”.
Giunsero ai piedi di una delle grandi strutture pseudo-piramidali della vallata quando videro in lontananza Echo 419 solcare il cielo, annunciando che stava portando lo Spartan e l’ultimo gruppo di marines alla base.
Il sangue si gelò nelle vene di Grepo. “Se ne stanno andando! Senza di noi!”
Panchenko, preso dal panico, gridò: “Provate a sparare un colpo, magari ci vedranno!”, per poi aggiungere “Non con il lanciarazzi!” rivolto verso Mungle, che stava già prendendo la mira.
DeMayo sparò due colpi con la sua M6D, ma il pelican continuò come se niente fosse ad allontanarsi.
Grepo sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla: era McKenzie che si stava sorreggendo a lui, mentre con l’altra mano reggeva il suo binocolo, guardando Echo 419 sparire all’orizzonte.
“Se avessi sparato col lanciarazzi ci avrebbero visto” commentò Mungle, sconsolato.
“Non c’è il warthog sul pelican” annunciò McKenzie, ancora con il binocolo davanti agli occhi.
Tutti si voltarono a guardarlo, e lui sfoggiò un ampio sorriso, ansimando. “Nella fretta di partire lo hanno lasciato a terra”, riuscì a stento a pronunciare.
Grepo ci riflettè un attimo: stava iniziando a fare buio e la Base Alfa era dannatamente distante; andare a piedi era fuori discussione.
“Per quanto mi faccia male dirlo, Drew ha ragione”, disse infine, “Dobbiamo prendere quel warthog”.
Panchenko annuì, ed indicò la direzione dalla quale era decollato Echo 419. “Dev’essere un canyon adiacente a questo. Secondo me è un chilometro al massimo. Speriamo di non incontrare Covenant”.
Fortunatamente il desiderio di Panchenko fu soddisfatto: gli unici Covenant che c’erano in tutta la vallata erano i cadaveri lasciati dallo spartan, ridotti in modi orribili; avevano ossa rotte, erano crivellati di proiettili, o avevano le impronte delle ruote del warthog addosso.
Tutto ciò fece rabbrividire Grepo: una sola persona aveva causato una distruzione del genere, e non era lui.
A circa metà strada verso l’altro canyon McKenzie collassò per la fatica, e dovettero portarlo in braccio: prima di afflosciarsi a terra, però, fece in tempo a dire: “Sto davanti...”
Le sue volontà furono onorate quando giunsero al warthog, soprattuto perchè in effetti non c’era altro posto dove metterlo: per stare dietro avrebbe dovuto aggrapparsi alla torretta, cosa che non era in condizioni di fare.
Ragionarono un po’ su come disporsi in 6 su di un veicolo da 3, massimo 4 posti: alla fine optarono per mettere Mungle sul sedile davanti con in braccio McKenzie, ancora svenuto, e Wagner alla guida.
Grepo si accomodò al posto del mitragliere del warthog, con DeMayo e Panchenko attaccati ai lati della mitragliatrice.
“Tutti pronti?” chiese Wagner.
Ci fu un coro di assenso.
Partirono andando nella direzione dove era sparito Echo 419; non sarebbe dovuto essere difficile individuare la Base Alfa, dato che si trovava su una collina che dominava tutta l’area circostante.
Per tutto il viaggio Mungle continuò a sostenere che il warthog aveva i finestrini, e che doveva solo trovare il tasto per tirarli su, mentre Wagner continuava a sostenere il contrario e cercava di bloccare le sue mani che continuavano a premere i pulsanti sul cruscotto.
Uno di essi fece partire della musica flip: cercando di spegnerla, Mungle trovò il tasto per alzare il volume, ma non quello per abbassarlo.
Ad ogni modo, la musica non fu un problema: chi più chi meno, a tutti loro piaceva la musica flip.
Apparte il fatto, ovviamente, che chiunque poteva sentirli a centinaia di metri di distanza.
Il loro arrivo alla Base Alfa fu memorabile: le facce che avevano le guardie quando li videro erano indescrivibili.
Erano sopravvissuti di nuovo: Grepo si sentiva pieno di vita e più forte che mai.
Purtroppo però, la vita ti riempiva tutto tranne lo stomaco, ed il suo inziava a lamentarsi: perciò la sua prima domanda appena arrivarono fu riguardo all’ora della cena.
IV
Spoiler
Il loro arrivo in pompa magna aveva attirato un po’ di gente, anche grazie al volume della musica, che fu spenta al loro arrivo da una delle guardie: tutto quell’assembramento di persone a Wagner non piaceva affatto, avrebbe preferito mantenere un basso profilo.
La folla attirò anche dei sergenti: c’erano Waller, Stacker, Mobuto, un sergente di colore che non aveva mai visto, ed anche Floyd, purtroppo.
Come se non bastasse, la folla si allargò per far passare il maggiore Antonio Silva affiancato dal capitano Jacob Keyes, le due personalità più importanti della base: Wagner sentì i suoi occhi sgranarsi e non potè fare niente per fermarli, ed ebbe anche l’impulso di fare un passo indietro per ognuno che loro facevano in avanti.
Fece appena in tempo a mettersi sull’attenti quando gli furono addosso, e Keyes chiese in tono rassicurante: “Di che squadra fai parte, figliolo?”
“79° fanteria, 5° plotone, squadra Echo, signore!”, gli disse sudando freddo.
“Ho sentito parlare di voi”, commentò il capitano, “Chi è al comando della tua squadra?”
“Il caporalmaggiore McKenzie, signore.”
Il fatto che non avesse aggiunto niente dopo “ho sentito parlare di voi” lo rendeva una della persone migliori della galassia, ed iniziava a capire perchè McKenzie lo stimasse così tanto.
Keyes tolse una mano da dietro la schiena ed indicò verso il warthog con la quale erano venuti. “Potresti indicarmi qual è?”
Wagner deglutì mentre si voltava a guardare gli altri: McKenzie, ancora privo di sensi, stava venendo estratto dal sedile del passeggero da Panchenko e DeMayo, aiutati da un altro paio di marine, mentre Mungle continuava ad imprecare e gridargli di muoversi perchè stava perdendo la sensibilità alle gambe, ed affermò che se le avresse perse li avrebbe investiti tutti con la sedia a rotelle; Grepo si gustava la scena ridacchiando.
I 3 si avvicinarono al mezzo: McKenzie era stato tirato fuori per metà quando i 4 marine che si stavano sforzando di toglierlo dal warthog si accorsero che il capitano era accanto al veicolo.
Si misero tutti sull’attenti mollando la presa su McKenzie, che cadde rovinosamente a terra di schiena e si svegliò dal colpo.
“Riposo”, disse Keyes, calmo.
Wagner indicò il caporalmaggiore disteso a terra. “E’ lui.”
Il capitano si sporse sopra di lui. “Tutto bene, caporalmaggiore?”
Il soldato disteso a terra interruppe le sue lamentele istantaneamente ed a stento strozzò un’ imprecazione, che l’ufficiale fece finta di non sentire, mentre si rialzava di scatto e si metteva sull’attenti. “Signore!”
“Vorrei complimentarmi personalmente con lei e la sua squadra”, continuò il capitano, porgendo la sua mano a McKenzie, “Per essere tornati qui tutti interi senza alcun supporto-”
“Ma, signore, loro sono la squadra Echo!”, lo interruppe Silva, “I peggiori-“
Keyes alzò l’altra mano verso Silva. “So bene chi sono ed i loro...precedenti. Hanno però mostrato capacità di sopravvivenza ed adattamento ad un ambiente ostile. Hanno dimostrato che possiamo sopravvivere, qui, da soli. Come questa squadra è riuscita da sola a tornare alla sua base, anche noi riusciremo a tornare a casa, senza alcun supporto esterno.”
Ci fu un boato di urla ed applausi mentre McKenzie e Keyes si stringevano la mano.
Wagner pensò che il capitano non li conoscesse così bene come credeva, per fargli tutti quegli elogi, o forse aveva solo bisogno di speranza per alzare il morale delle truppe, anche perchè probabilmente erano i primi, ma di sicuro non sarebbero stati gli unici a raggiungere la Base Alfa con mezzi propri, ed aveva approfittato della folla per mettere su quell’opera teatrale; a Wagner non piacque affatto, ma dovette comunque convenire che Keyes era un ottimo oratore, oltre ad un brillante tattico.
McKenzie rimase imbambolato con la mano protesa anche dopo che il capitano ebbe girato i tacchi e se ne fu andato.
Mungle scese dal warthog e gli toccò la spalla. “Oh, ma stai bene?”
“Mai stato meglio!”, gridò l’altro, eccitatissimo, “Ho appena stretto la mano al capitano Jacob Keyes, l’eroe di Sigma Octanus!”.
Wagner si sporse verso Grepo, accanto a lui. “Ma non gli faceva male la schiena, tipo 30 secondi fa?”
“Guarda com’è contento”, gli disse quello, “Non sentirebbe nemmeno una Shiva su per il culo.”
Dopotutto, c’era di che essere ottimisti: erano al sicuro ora, e sarebbero rimasti con i loro compagni finchè non avessero trovato un modo per andarsene.
Niente sarebbe potuto andare storto.
Si concessero un paio d’ore di riposo prima della cena: erano talmente stremati che riuscirono a dormire anche con il russare di Grepo di sottofondo, che di solito era assordante; DeMayo giurava di averlo sentito russare attraverso il tubo criogenico, una volta.
Successivamente andarono alla mensa per cenare, o pranzare, Wagner non sapeva che pasto fosse dato che non sapeva che ore fossero sull’anello.
A dire il vero non sapeva nemmeno quando durasse un giorno su quella struttura: dato che era buio, però, si misero d’accordo tutti sul chiamarla “cena”.
Durante il pasto si scambiarono delle parole con un paio di membri di un’altra squadra, che dissero di chiamarsi Bisenti e Mendoza: vennero aggiornati sulla situazione attuale e seppero che nelle ore che avevano impiegato loro a tornare alla base, lo spartan aveva fatto in tempo a portare in salvo 4 squadre di marine ed a guidare un assalto ad un incrociatore covenant per salvare il capitano Keyes, che era stato fatto prigioniero.
Strano, pensò Wagner: era sicuro di aver viaggiato sempre a tavoletta con quel warthog.
Probabilmente non avrebbe dovuto fermarsi ogni volta che Grepo diceva d’aver visto un Grunt.
Quando Mungle chiese ai due dove fosse il tenente McKay, gli risposero che aveva preso metà del battaglione in una missione per recuperare equipaggamenti, munizioni e provviste dalla Pillar of Autumn.
Wagner allora decise di cambiare discorso prima che il suo compagno cominciasse a parlare della bellezza del duro tenente dagli occhi verdi da gatta. “Allora”, disse, “cos’è questa struttura? Una diavoleria dell’ONI?”
I suoi due interlocutori lo guardarono storto: “ONI? Amico, siete rimasti indietro”, rise Bisenti, “Questa non è una struttura Covenant, tantomeno umana.”
A quel punto l’attenzione di tutta la squadra Echo era su di lui: Wagner poteva sentire da lì quanto McKenzie godesse a sentire quelle parole, a sapere che aveva ragione.
“Già, si chiama Halo ed ha un significato particolare per i Covenant.”, affermò Mendoza, “Pare anche che sia un’arma potentissima.”
Wagner si sentì molto stordito da quelle dichiarazioni, ed a stento riucì a pronunciare: “Ma se non è umana...che ci fa in orbita intorno a Nettuno?”
Gli altri due si guardarono, e poi si rivolsero di nuovo verso di lui.
Bisenti prese la parola: “Non siamo nel sistema solare. Ci troviamo nel sistema Soell, ai margini del braccio della galassia. E questo bestione accanto a noi”, indicò un punto verso l’alto con il pollice, “si chiama Thresh-”
“Sì, lo sapevo ca**o!” gridò McKenzie tirando un pugno sul tavolo ed alzandosi in piedi.
Sulla mensa cadde il silenzio più assoluto: Wagner sapeva che gli piaceva essere al centro dell’attenzione, ma questo era troppo; il poveracciò sbiancò quando un paio di tavoli più in là Floyd si alzò ed in un secondo fu su di lui.
Lo prese per il collo e lo gettò a terra, e poi lo trascinò fuori.
Una volta finito tutto, il brusìo della mensa ricominciò lentamente a salire di volume.
Cinque minuti più tardi Floyd rientrò, e Wagner fu lieto che sulla sua armatura non ci fossero pezzi del caporalmaggiore, anche se era sempre probabile che li avesse bruciati: comunque non aveva macchie di sangue addosso, quindi dopotutto non c’era andato giù pesante.
Nonostante tutto passarono un paio di minuti, e di McKenzie ancora non c’era traccia; decise allora di alzarsi e di andare a cercarlo.
Non dovette sprecare molto tempo per trovarlo, dato che era disteso a pancia in sù su un prato non molto lontano dalla mensa.
Avvicinandosi, notò che aveva la bocca sporca di terra, e tossiva violentemente.
“Nell’ultimo giorno sei stato più a terra che in piedi”, lo schernì, “A noi non hanno dato il dessert, fortunello”
“Non è colpa mia se quello mi odia”, gli rispose McKenzie, “E comunque poteva andare peggio. Avrebbe potuto farmi mangiare m**da.” Si mise a sedere con fatica. “Piuttosto, il satellite del gigante gassoso ha un nome?” Fece un cenno con la testa alla luna di Threshold, ben visibile a quell’ora. “Pensavo di chiamarlo Ophelia.”
“Si chiama Basis.”
“Ma chi li inventa certi nomi? Bah. Non hanno stile.”
“Dai su, rientriamo. Sembra che siamo ad un appuntamento.”
McKenzie mostrò una faccia disgustata. “Già.”
I due si riunirono al resto della squadra, ed insieme tornarono nella stanza dove si erano “accampati” prima della cena.
Erano tutti molto stanchi, ma nessuno di loro aveva voglia di dormire, così si misero a parlare dell’anello e di come sarebbero stati uccisi tutti da esso: secondo DeMayo il tutto non era che un’astronave enorme che avrebbe potuto spezzare a metà senza problemi anche un incrociatore classe Valiant; Wagner marcò questa ipotesi come la più probabile.
Secondo Panchenko, invece, era un portale verso il nulla, ed una volta attivato tutta l’esistenza sarebbe stata risucchiata come dell’acqua in una vasca una volta tolto il tappo.
McKenzie sosteneva che si trattasse di una macchina che avrebbe generato miliardi di Grepo, e che ogni essere umano si sarebbe suicidato.
Anche Grepo aveva una teoria simile: sosteneva che avrebbe creato miliardi di McKenzie, e tutti sarebbero morti dalle risate a guardare quanto fossero idioti.
Wagner marcò anche quest’ultima ipotesi come possibile.
Si stesero sulle brande ed il silenzio regnò per qualche minuto, quando fu rotto da Mungle: “Vi ho mai raccontato di come sono stato promosso a sergente?”
“Probabilmente qualche colpo fortunato ed ufficiali di buonumore”, lo schernì Panchenko.
“No: ho salvato la vita del generale Kits.”
Panchenko era incredulo. “Stai scherzando.”
“No, davvero. Durante l’attacco alla colonia di Ballast l’anno scorso.”, fece una pausa. “Il comando era sotto attacco da un Wraith ed un gruppo di Ghost. Io presi un Vulture e li misi in fuga, senza sparare un colpo: quei tipi di veicoli non riescono a colpire unità aeree, e probabilmente si ritirarono in attesa di supporto aereo. Comunque ci diede il tempo necessario per evacuare. Il generale era così felice che mi promosse seduta stante e mi assegnò un incarico di tutta tranquillità su Marte, dove rimasi per poco più di un mese, quando ci fu l’incidente col Falcon.”
“Questa è la storia più idiota che potessi inventarti”, intervenne McKenzie, “i Vulture sono fuori produzione da almeno 15 anni.”
“Eppure ti giuro che ce n’era uno lì a marcire-“ la sua frase fu interrotta dall’ingresso nella stanza del sergente Floyd.
Tutti si misero immediatamente sull’attenti.
“Signori, ho grandi notizie.”
Wagner si accigliò: grandi notizie per lui non erano certamente buone notizie per loro.
“Dato il vostro recente status di eroi”, Wagner giurò di essere riuscito a sentire la parola “sacchi di letame” nascosta sotto la parola “eroi”, “Abbiamo deciso che domani mattina all’alba farete parte di un’assalto ad un isola controllata dal nemico, così avrete modo di mostrare a tutti il vostro valore.”
Anche la parola “valore” aveva un doppio fondo: nel cervello del sergente, in realtà la parola era “inettitudine” ed era stata scambiata all’ultimo secondo.
Wagner dovette amettere che Floyd aveva una dote unica nello scoraggiare la gente.
“Verrete integrati alla squadra del sergente Waller per questa missione, alla quale parteciperà anche lo spartan. Per cui vi consiglio di riposarvi: l’operazione inizia fra cinque ore esatte.” Il ghigno stampato sul suo volto non ne voleva sapere di andarsene.
Si voltò e fece qualche passo; quando fu fuori dalla stanza, si girò e li guardò negli occhi uno ad uno. “Buonanotte, eroi.”
Il loro arrivo in pompa magna aveva attirato un po’ di gente, anche grazie al volume della musica, che fu spenta al loro arrivo da una delle guardie: tutto quell’assembramento di persone a Wagner non piaceva affatto, avrebbe preferito mantenere un basso profilo.
La folla attirò anche dei sergenti: c’erano Waller, Stacker, Mobuto, un sergente di colore che non aveva mai visto, ed anche Floyd, purtroppo.
Come se non bastasse, la folla si allargò per far passare il maggiore Antonio Silva affiancato dal capitano Jacob Keyes, le due personalità più importanti della base: Wagner sentì i suoi occhi sgranarsi e non potè fare niente per fermarli, ed ebbe anche l’impulso di fare un passo indietro per ognuno che loro facevano in avanti.
Fece appena in tempo a mettersi sull’attenti quando gli furono addosso, e Keyes chiese in tono rassicurante: “Di che squadra fai parte, figliolo?”
“79° fanteria, 5° plotone, squadra Echo, signore!”, gli disse sudando freddo.
“Ho sentito parlare di voi”, commentò il capitano, “Chi è al comando della tua squadra?”
“Il caporalmaggiore McKenzie, signore.”
Il fatto che non avesse aggiunto niente dopo “ho sentito parlare di voi” lo rendeva una della persone migliori della galassia, ed iniziava a capire perchè McKenzie lo stimasse così tanto.
Keyes tolse una mano da dietro la schiena ed indicò verso il warthog con la quale erano venuti. “Potresti indicarmi qual è?”
Wagner deglutì mentre si voltava a guardare gli altri: McKenzie, ancora privo di sensi, stava venendo estratto dal sedile del passeggero da Panchenko e DeMayo, aiutati da un altro paio di marine, mentre Mungle continuava ad imprecare e gridargli di muoversi perchè stava perdendo la sensibilità alle gambe, ed affermò che se le avresse perse li avrebbe investiti tutti con la sedia a rotelle; Grepo si gustava la scena ridacchiando.
I 3 si avvicinarono al mezzo: McKenzie era stato tirato fuori per metà quando i 4 marine che si stavano sforzando di toglierlo dal warthog si accorsero che il capitano era accanto al veicolo.
Si misero tutti sull’attenti mollando la presa su McKenzie, che cadde rovinosamente a terra di schiena e si svegliò dal colpo.
“Riposo”, disse Keyes, calmo.
Wagner indicò il caporalmaggiore disteso a terra. “E’ lui.”
Il capitano si sporse sopra di lui. “Tutto bene, caporalmaggiore?”
Il soldato disteso a terra interruppe le sue lamentele istantaneamente ed a stento strozzò un’ imprecazione, che l’ufficiale fece finta di non sentire, mentre si rialzava di scatto e si metteva sull’attenti. “Signore!”
“Vorrei complimentarmi personalmente con lei e la sua squadra”, continuò il capitano, porgendo la sua mano a McKenzie, “Per essere tornati qui tutti interi senza alcun supporto-”
“Ma, signore, loro sono la squadra Echo!”, lo interruppe Silva, “I peggiori-“
Keyes alzò l’altra mano verso Silva. “So bene chi sono ed i loro...precedenti. Hanno però mostrato capacità di sopravvivenza ed adattamento ad un ambiente ostile. Hanno dimostrato che possiamo sopravvivere, qui, da soli. Come questa squadra è riuscita da sola a tornare alla sua base, anche noi riusciremo a tornare a casa, senza alcun supporto esterno.”
Ci fu un boato di urla ed applausi mentre McKenzie e Keyes si stringevano la mano.
Wagner pensò che il capitano non li conoscesse così bene come credeva, per fargli tutti quegli elogi, o forse aveva solo bisogno di speranza per alzare il morale delle truppe, anche perchè probabilmente erano i primi, ma di sicuro non sarebbero stati gli unici a raggiungere la Base Alfa con mezzi propri, ed aveva approfittato della folla per mettere su quell’opera teatrale; a Wagner non piacque affatto, ma dovette comunque convenire che Keyes era un ottimo oratore, oltre ad un brillante tattico.
McKenzie rimase imbambolato con la mano protesa anche dopo che il capitano ebbe girato i tacchi e se ne fu andato.
Mungle scese dal warthog e gli toccò la spalla. “Oh, ma stai bene?”
“Mai stato meglio!”, gridò l’altro, eccitatissimo, “Ho appena stretto la mano al capitano Jacob Keyes, l’eroe di Sigma Octanus!”.
Wagner si sporse verso Grepo, accanto a lui. “Ma non gli faceva male la schiena, tipo 30 secondi fa?”
“Guarda com’è contento”, gli disse quello, “Non sentirebbe nemmeno una Shiva su per il culo.”
Dopotutto, c’era di che essere ottimisti: erano al sicuro ora, e sarebbero rimasti con i loro compagni finchè non avessero trovato un modo per andarsene.
Niente sarebbe potuto andare storto.
Si concessero un paio d’ore di riposo prima della cena: erano talmente stremati che riuscirono a dormire anche con il russare di Grepo di sottofondo, che di solito era assordante; DeMayo giurava di averlo sentito russare attraverso il tubo criogenico, una volta.
Successivamente andarono alla mensa per cenare, o pranzare, Wagner non sapeva che pasto fosse dato che non sapeva che ore fossero sull’anello.
A dire il vero non sapeva nemmeno quando durasse un giorno su quella struttura: dato che era buio, però, si misero d’accordo tutti sul chiamarla “cena”.
Durante il pasto si scambiarono delle parole con un paio di membri di un’altra squadra, che dissero di chiamarsi Bisenti e Mendoza: vennero aggiornati sulla situazione attuale e seppero che nelle ore che avevano impiegato loro a tornare alla base, lo spartan aveva fatto in tempo a portare in salvo 4 squadre di marine ed a guidare un assalto ad un incrociatore covenant per salvare il capitano Keyes, che era stato fatto prigioniero.
Strano, pensò Wagner: era sicuro di aver viaggiato sempre a tavoletta con quel warthog.
Probabilmente non avrebbe dovuto fermarsi ogni volta che Grepo diceva d’aver visto un Grunt.
Quando Mungle chiese ai due dove fosse il tenente McKay, gli risposero che aveva preso metà del battaglione in una missione per recuperare equipaggamenti, munizioni e provviste dalla Pillar of Autumn.
Wagner allora decise di cambiare discorso prima che il suo compagno cominciasse a parlare della bellezza del duro tenente dagli occhi verdi da gatta. “Allora”, disse, “cos’è questa struttura? Una diavoleria dell’ONI?”
I suoi due interlocutori lo guardarono storto: “ONI? Amico, siete rimasti indietro”, rise Bisenti, “Questa non è una struttura Covenant, tantomeno umana.”
A quel punto l’attenzione di tutta la squadra Echo era su di lui: Wagner poteva sentire da lì quanto McKenzie godesse a sentire quelle parole, a sapere che aveva ragione.
“Già, si chiama Halo ed ha un significato particolare per i Covenant.”, affermò Mendoza, “Pare anche che sia un’arma potentissima.”
Wagner si sentì molto stordito da quelle dichiarazioni, ed a stento riucì a pronunciare: “Ma se non è umana...che ci fa in orbita intorno a Nettuno?”
Gli altri due si guardarono, e poi si rivolsero di nuovo verso di lui.
Bisenti prese la parola: “Non siamo nel sistema solare. Ci troviamo nel sistema Soell, ai margini del braccio della galassia. E questo bestione accanto a noi”, indicò un punto verso l’alto con il pollice, “si chiama Thresh-”
“Sì, lo sapevo ca**o!” gridò McKenzie tirando un pugno sul tavolo ed alzandosi in piedi.
Sulla mensa cadde il silenzio più assoluto: Wagner sapeva che gli piaceva essere al centro dell’attenzione, ma questo era troppo; il poveracciò sbiancò quando un paio di tavoli più in là Floyd si alzò ed in un secondo fu su di lui.
Lo prese per il collo e lo gettò a terra, e poi lo trascinò fuori.
Una volta finito tutto, il brusìo della mensa ricominciò lentamente a salire di volume.
Cinque minuti più tardi Floyd rientrò, e Wagner fu lieto che sulla sua armatura non ci fossero pezzi del caporalmaggiore, anche se era sempre probabile che li avesse bruciati: comunque non aveva macchie di sangue addosso, quindi dopotutto non c’era andato giù pesante.
Nonostante tutto passarono un paio di minuti, e di McKenzie ancora non c’era traccia; decise allora di alzarsi e di andare a cercarlo.
Non dovette sprecare molto tempo per trovarlo, dato che era disteso a pancia in sù su un prato non molto lontano dalla mensa.
Avvicinandosi, notò che aveva la bocca sporca di terra, e tossiva violentemente.
“Nell’ultimo giorno sei stato più a terra che in piedi”, lo schernì, “A noi non hanno dato il dessert, fortunello”
“Non è colpa mia se quello mi odia”, gli rispose McKenzie, “E comunque poteva andare peggio. Avrebbe potuto farmi mangiare m**da.” Si mise a sedere con fatica. “Piuttosto, il satellite del gigante gassoso ha un nome?” Fece un cenno con la testa alla luna di Threshold, ben visibile a quell’ora. “Pensavo di chiamarlo Ophelia.”
“Si chiama Basis.”
“Ma chi li inventa certi nomi? Bah. Non hanno stile.”
“Dai su, rientriamo. Sembra che siamo ad un appuntamento.”
McKenzie mostrò una faccia disgustata. “Già.”
I due si riunirono al resto della squadra, ed insieme tornarono nella stanza dove si erano “accampati” prima della cena.
Erano tutti molto stanchi, ma nessuno di loro aveva voglia di dormire, così si misero a parlare dell’anello e di come sarebbero stati uccisi tutti da esso: secondo DeMayo il tutto non era che un’astronave enorme che avrebbe potuto spezzare a metà senza problemi anche un incrociatore classe Valiant; Wagner marcò questa ipotesi come la più probabile.
Secondo Panchenko, invece, era un portale verso il nulla, ed una volta attivato tutta l’esistenza sarebbe stata risucchiata come dell’acqua in una vasca una volta tolto il tappo.
McKenzie sosteneva che si trattasse di una macchina che avrebbe generato miliardi di Grepo, e che ogni essere umano si sarebbe suicidato.
Anche Grepo aveva una teoria simile: sosteneva che avrebbe creato miliardi di McKenzie, e tutti sarebbero morti dalle risate a guardare quanto fossero idioti.
Wagner marcò anche quest’ultima ipotesi come possibile.
Si stesero sulle brande ed il silenzio regnò per qualche minuto, quando fu rotto da Mungle: “Vi ho mai raccontato di come sono stato promosso a sergente?”
“Probabilmente qualche colpo fortunato ed ufficiali di buonumore”, lo schernì Panchenko.
“No: ho salvato la vita del generale Kits.”
Panchenko era incredulo. “Stai scherzando.”
“No, davvero. Durante l’attacco alla colonia di Ballast l’anno scorso.”, fece una pausa. “Il comando era sotto attacco da un Wraith ed un gruppo di Ghost. Io presi un Vulture e li misi in fuga, senza sparare un colpo: quei tipi di veicoli non riescono a colpire unità aeree, e probabilmente si ritirarono in attesa di supporto aereo. Comunque ci diede il tempo necessario per evacuare. Il generale era così felice che mi promosse seduta stante e mi assegnò un incarico di tutta tranquillità su Marte, dove rimasi per poco più di un mese, quando ci fu l’incidente col Falcon.”
“Questa è la storia più idiota che potessi inventarti”, intervenne McKenzie, “i Vulture sono fuori produzione da almeno 15 anni.”
“Eppure ti giuro che ce n’era uno lì a marcire-“ la sua frase fu interrotta dall’ingresso nella stanza del sergente Floyd.
Tutti si misero immediatamente sull’attenti.
“Signori, ho grandi notizie.”
Wagner si accigliò: grandi notizie per lui non erano certamente buone notizie per loro.
“Dato il vostro recente status di eroi”, Wagner giurò di essere riuscito a sentire la parola “sacchi di letame” nascosta sotto la parola “eroi”, “Abbiamo deciso che domani mattina all’alba farete parte di un’assalto ad un isola controllata dal nemico, così avrete modo di mostrare a tutti il vostro valore.”
Anche la parola “valore” aveva un doppio fondo: nel cervello del sergente, in realtà la parola era “inettitudine” ed era stata scambiata all’ultimo secondo.
Wagner dovette amettere che Floyd aveva una dote unica nello scoraggiare la gente.
“Verrete integrati alla squadra del sergente Waller per questa missione, alla quale parteciperà anche lo spartan. Per cui vi consiglio di riposarvi: l’operazione inizia fra cinque ore esatte.” Il ghigno stampato sul suo volto non ne voleva sapere di andarsene.
Si voltò e fece qualche passo; quando fu fuori dalla stanza, si girò e li guardò negli occhi uno ad uno. “Buonanotte, eroi.”
V
Spoiler
DeMayo si tenne con una mano alla maniglia mentre una leggera turbolenza faceva sobbalzare il pelican su cui si trovavano lui e la sua squadra.
Avevano ricevuto un brevissimo debriefing in cui non avevano nemmeno capito per quale motivo stavano lanciando questo assalto, e poi erano stati imbarcati su un pelican ed erano decollati, il tutto non più di mezz’ora prima.
Nell’altro pelican c’erano lo spartan, il sergente Waller e la sua squadra, un gruppo di ragazzini che probabilmente aveva visto per la prima volta il nemico su Reach: non vedeva l’ora di mostrargli come combattevano i veri soldati.
Prima del debriefing, comunque, Wagner e Grepo erano riusciti a rubare un po’ di scorte degli uomini di Silva, che ora DeMayo custodiva nel suo zaino, dove c’era di tutto; si sentiva un po’ la bestia da soma del gruppo, ma a lui stava bene così: non era tipo da lamentarsi, e dopotutto era l’ultimo arrivato.
Sotto di lui si stendeva un vasto mare, ed in lontananza si poteva ancora vedere la terra che stavano sorvolando fino a dieci minuti prima.
Non avevano molta attrezzatura con loro: doveva essere un’operazione veloce e semplice, dentro e fuori in un batter d’occhio.
Avevano tutti un MA5B d’ordinanza: in più, Mungle teneva ancora con sè il suo lanciarazzi ed era riuscito a prendere anche una mina antiuomo TR/9; Grepo invece era assai contrariato perchè non gli avevano lasciato prendere un fucile da cecchino.
In generale, però, erano stati attrezzati bene: meglio di quella volta in cui Floyd ordinò degli antiquati MA1 apposta per darli a loro.
“Quanto mancherà ancora?” Gridò Grepo sopra il suono dei motori.
“Spero poco”, gli rispose Panchenko, “Mi sto pisciando addosso!”
Grepo battè un paio di colpi contro la porta chiusa della cabina di pilotaggio. “Ehi, pilota!”
“Ho un nome, sai?” replicò l’uomo dall’altra parte.
“Sì, ma è impronunciabile. Senti, non si vede una mazza da qua dietro-“
“L’isola è in vista. Tempo di arrivo previsto due minuti. Cristo, adesso capisco perchè Foehammer non vi voleva sul suo Pelican. Siete proprio degli str-”
“Foehammer non ci voleva sul suo pelican perchè ha avuto una brutta esperienza con Mungle.”
“Ehi!”, intervenne Mungle, “Lei mi ama, solo che ancora non lo sa!”
“Ma se l’ultima volta ti ha detto che avrebbe preferito farsi la Parangosky!”, lo schernì Grepo rimettendosi a sedere.
Il pensiero del vice ammiraglio ultranovantenne fece rabbrividire tutti.
I successivi due minuti furono di assoluto silenzio: la calma prima della tempesta.
DeMayo iniziò a vedere le rocce che formavano la curiosa conformazione dell’isola mentre il Pelican ruotava verso sinstra per farli scendere sulla spiaggia; notò anche che un piccolo gruppo di nemici li stava aspettando: una squadra classica formata da qualche Grunt con a capo un Elite.
Sentirono la voce di Foehammer dagli altoparlanti del Pelican: “Atterraggio imminente, non sarà una passeggiata, prepararsi ad attaccare!”
Mungle gettò un bacio verso l’altoparlante. “Qualsiasi cosa per te, Carol.”
Ormai si trovavano a meno di mezzo metro dal terreno, e la voce della pilota dell’altro Pelican si udì di nuovo. “Atterrati! Forza marines!”
“Sì! Facciamoli a pezzi!” Urlò Grepo alzandosi in piedi.
De Mayo era il più esterno dalla sua parte e doveva quindi scendere per primo: trattenne il respiro mentre saltava giù dal Pelican ed atterrava sulla sabbia, affondando di un paio di centimentri.
Dall’altra parte del velivolo scese Wagner, che faticò a trovare l’equilibrio e dovette poggiare una mano a terra per non cadere: entrambi si accuciarono e cercarono di mostrare meno area del corpo possibile.
Dietro di loro scesero McKenzie e Panchenko, ed infine Mungle e Grepo.
Globi di plasma blu e verdi sciamavano sopra le loro teste, sorpassando o colpendo la navetta dietro di loro; un colpo passò a pochi centimetri dalla faccia di Mungle prima che riuscisse ad abbassarsi: si mise le mani al volto e si gettò a terra. “m**da, mi hanno preso, mi hanno preso!”, gridava.
McKenzie si chinò su di lui. “Non ti hanno preso! Ti ha solo sfiorato!”
L’altro sembrava non sentirlo. “Non ci vedo! Sono cieco!”
“E’ perchè hai le mani davanti agli occhi, deficente!”, gridò Grepo, senza rendersi conto di quanto non fosse d’aiuto.
McKenzie alzò gli occhi verso Grepo indicando con una mano la formazione nemica. “Invece di cazzeggiare dacci del fuoco di copertura!”, poi si girò verso DeMayo, “Simon, aiutami a trascinarlo al riparo dietro quella roccia.”
Fortunatamente non pesava molto: si lasciarono una scia dietro mentre trasportavano il compagno rannicchiato su se stesso verso il riparo.
Con la coda dell’occhio DeMayo vide che anche l’altra squadra era in difficoltà: pure loro avevano trovato riparo dietro ad una roccia e facevano del fuoco di soppressione verso i Covenant; dello spartan non c’era traccia.
Via via che i tre si avviciniavano verso la copertura il volume di fuoco nemico calava: quando vi giunsero si sentivano ancora dei colpi di fucili e pistole al plasma, ma nessuno era indirizzato verso la loro posizione.
Presto il rumore delle armi nemiche cessò del tutto.
“Hanno smesso di sparare.” Annunciò Panchenko.
DeMayo azzardò un’occhiata oltre la roccia.
McKenzie sembrava non essersene accorto. “Mi prendi per il culo, Stefan? Perchè-“
“No, ha ragione.” Lo interruppe. “Guarda.”
Non c’era più alcuna minaccia visibile, erano tutti morti: lo spartan aveva fatto il lavoro di dieci marine da solo, impiegando un quarto del tempo.
Un secondo dopo si iniziarono a sentire degli spari in lontananza: probabilmente il supersoldato aveva ingaggiato altri nemici più in avanti.
McKenzie si chinò nuovamente su Mungle. “Ok, io resto con lui. Voi ehm...andate avanti.”
Wagner sospirò. “Bella prova di coraggio.”
“Ehi, sono io il medico qui”, si lamentò McKenzie.
DeMayo si accorse che l’altra squadra era già andata avanti e decise di incamminarsi verso il luogo dove si era spostata la battaglia: gli altri tre lo seguirono, con Wagner che ancora inveiva contro McKenzie mentre si allontanavano, e lui che insisteva a dire di essere il medico della squadra.
Tutti avevano una specializzazione nella squadra, ma ognuno se l’era data per sè, nessuno li aveva mai nominati ufficilmente tali: McKenzie aveva qualche conoscenza di rianimazione e di trattamento di rotture ossee o emorragie esterne e si era autoproclamato medico, Wagner aveva qualche conoscenza di meccanica e questo bastava a farlo il geniere della squadra, Grepo pensava di avere la mira migliore di tutti e dichiarava di essere il tiratore scelto della squadra, a Mungle piaceva il lanciarazzi ed era quindi stato nominato addetto alle armi pesanti ed alla demolizione, mentre Panchenko prendeva il comando quando McKenzie era troppo impegnato a svenire o a vomitare; si poteva dire che era lui il vero comandante.
Per quanto riguardava lui, era l’ultimo arrivato, dopo aver perso tre quarti del suo plotone su Fumirole pochi mesi prima: ancora non aveva una “specializzazione” e quindi lo usavano per portare lo zaino con tutti gli equipaggiamenti e le provviste.
Quando raggiunsero il luogo in cui si trovavano lo spartan e la squadra di Waller era già tutto finito di nuovo ed erano rimasti a secco ancora una volta: fortunatamente, almeno non c’erano state perdite fra le loro fila.
Per la prima volta vide il guerriero dalla corazza rilucente verde in tutta la sua grandezza: doveva essere alto più di due metri ed era più imponente di chiunque avesse mai visto; i suoi scarponi affondavano nella sabbia di un bel pezzo.
Se ne rimase lì, immobile, senza nemmeno degnarsi di ripulirsi la corazza (piena di ogni sorta di ammaccature) dal sangue dei nemici appena massacrati: fissava un puntino lontano che DeMayo identificò come un Pelican in avvicinamento.
Waller aveva due dita all’orecchio, e stava comunicando con la pilota. “Echo 419 in arrivo. Qualcuno ha ordinato un warthog?”
“Ehi, non sapevo che facessi consegne a domicilio, Foehammer!”, disse il sergnente.
“Conosci il nostro motto: consegne ovunque”, scherzò lei.
Il velivolo si avvicinò rapidamente all’isola e quando fu sopra il bagnasciuga eseguì una rotazione di 90° verso destra per sganciare il warthog.
Intanto lo spartan aveva coperto la distanza che lo separava dal veicolo e salì al posto dell’autista, mentre due marine della squadra di Waller (gli sembrava si chiamassero Hosky e Dellario) salirono negli altri posti vuoti.
DeMayo rimase contrariato da quella scelta di posti molto egoista da parte dello spartan: il marine alla torretta era il più esposto ed al suo posto ci sarebbe dovuto essere lui; i due marine avrebbero dovuto stare nei due sedili davanti, più protetti dal fuoco nemico.
Tuttavia, la comitiva partì senza che nessuno si lamentasse di niente.
Pensava che avrebbero dovuto seguirli, ma allora non avrebbe avuto senso dotarli di un warthog se poi dovevano tenere il passo di quelli a piedi: si rivolse verso Waller: “Ma noi cosa dobbiamo fare, sergente?”
Waller sembrava seccato: “La cosa più noiosa del mondo, soldato. Tenere sicura questa ZA. Praticamente inchiodarci il culo qui ed aspettare finchè Masterchief non avrà finito con la sua scampagnata.”
Quindi era quello il nome dello spartan, Masterchief: lo chiamavano col suo grado.
Panchenko si diresse in un angolino per soddisfare il suo bisogno quando riapparvero McKenzie e Mungle, con il primo che sorreggeva il secondo, che si teneva ancora una mano sul viso.
Waller indicò col mento la coppia. “Il vostro compagno è stato ferito?”
“No, è solo una checca”, gli rispose Grepo col suo solito ghigno.
I due si avvicinarono e McKenzie appoggiò Mungle ad una roccia.
DeMayo era preoccupato per le condizioni dell’amico: gli si fece più vicino. “Come stai? Adesso ci vedi?”
Mungle sorrise. “Vedo ancora qualche macchia nera. Però sto meglio.”
Grepo s’intromise abbassandosi e piazzando il dito medio di fronte a Mungle. “Ehi Vince, quanti sono questi?”
L’altro lo ignorò e si alzò in piedi. “Pare che mi sia perso tutta la battaglia.”
“Tutti ce la siamo persa”, gli disse Panchenko di ritorno dal suo angolino, “quel mostro li ha fatti fuori tutti.”
Nei quindici minuti successivi parlarono dello spartan e fecero amicizia con i rimanenti membri della squadra di Waller, che dissero di chiamarsi Jacobs, Burke e Thubbs.
Avevano ricevuto varie comunicazioni, fra cui il mayday di Bravo 22 che era precipitato poco giù lungo la spiaggia dell’isola.
Quando Masterchief fece ritorno, il suo warthog era vuoto.
DeMayo stava per chiedere dove fossero finiti gli altri due marine quando Burke e Thubbs salirono a bordo senza fiatare.
Si accorse che anche i suoi compagni stavano fissando la scena , increduli come lui.
Erano tutti pazzi: era ovvio che lo spartan pensava solo per sè e quei marine gli servivano solo come bersagli in più da dare al nemico.
Ad ogni modo, pareva che Waller portasse un grande rispetto per lo spartan e quindi nessuno si degnò di fare una domanda.
DeMayo comunque sapeva che non avrebbe mai più rivisto nemmeno quei due ragazzi appena conosciuti, e dalle faccia dei suoi compagni capì che lo pensavano anche loro.
Passarono quaranta minuti di tensione prima che ci fosse di nuovo un contatto con qualcun altro: le notizie però, non erano rassicuranti.
Un’allarmata Foehammer stava contattando il sergente: “Foehammer a squadre di terra: due navi nemiche in avvicinamento veloce.”
“Maledetti”, ringhiò Waller, per poi rivolgersi a loro: ”Ok gente, fra un po’ ci sarà da divertirsi: impegnare squadre nemiche a vista!”
Cortana si intromise nella comunicazione. “Dentro alla struttura potreste difendervi meglio, riuscite a entrare?”
La tensione del sergente stava salendo mentre dava un’occhiata prima alle navi in avvicinamento, poi all’area intorno a loro. “Negativo, si avvicinano troppo velocemente! Capo, dovete trovare il cartographer: li terremo occupati finchè potremo!”
“Fagliela vedere, marine”, fu l’ultima comunicazione che ricevettero.
Le due navi erano sempre più vicine: una si staccò e puntò verso un’altra zona dell’isola, mentre l’altra continuò imperterrita ad avanzare verso di loro.
DeMayo sentì il sangue gelarsi nelle vene quando la Spirit iniziò a sparare.
Si tuffarono subito dietro ad alcune rocce per evitare i colpi: intorno a loro, l’aria stava diventando rovente.
Lo Spirit si avvicinò al terreno ed aprì i portelli per far scendere le truppe: un Elite, un paio di Jackal ed un manipolo di Grunt.
Niente di invincibile, continuava a ripetersi DeMayo nella testa.
Con una granata ben piazzata Waller riuscì ad eliminare un paio di Grunt ed a far uscire dalla formazione gli altri, spaventati.
L’Elite in armatura rossa perse tempo a rimetterli in riga e rimase indietro: i Jackal invece guadagnarono terreno senza aspettarlo.
La squadra Echo si stava impegnando a fare quello che sapeva fare meglio: sparare a caso, chiamandolo “fuoco di soppressione”.
Ad ogni modo, fortunatamente erano disposti molto bene sul campo: nascosti dietro le rocce a semicerchio erano avvantaggiati rispetto agli avversari, che si trovavano in campo aperto: questo vantaggio tattico si concretizzò quando insieme Waller e Jacobs abbatterono uno dei due Jackal che si erano allontanati troppo dalla formazione; dopo la morte del compagno, l’altro decise di indietreggiare ed aspettare che l’Elite finisse il lavoro.
Un proiettile vagante colpì Jacobs alla spalla che cadde a terra contorcendosi per il dolore: l’enorme alieno dalla corazza rossa approfittò del buco nello sbarramento per scattare dietro il riparo dei marine.
Prima che potessero fare qualsiasi cosa, l’Elite finì Jacobs con un colpo alla testa e poi mirò al sergente; McKenzie, che era di fianco a lui, fissava la scena impietrito.
Con un balzo Waller fu su l’Elite che esitò a sparare, stordito per quell’attacco a sorpresa: il sergente estrasse la sua pistola e sparò tre colpi in rapida successione nell’addome dell’alieno; i colpi rimbalzarono sul suo scudo a energia e ne rimase illeso, il quale per risposta sparò un colpo di riflesso che colpì il sergente alla coscia sinistra.
Gridò di dolore mentre la sua carne bruciava ed il sangue iniziava a sgorgare a fiotti: l’arteria femorale era sicuramente andata, e sarebbe morto dissanguato di lì a breve.
Sapendo che non aveva chance, si aggrappò tutta la sua forza all’alieno e ed attivò una granata a frammentazione.
L’Elite cadde a terra sul bagnasciuga, ed entrambi sparirono in una bolla di fumo: era impossibile che fossero sopravvissuti alla detonazione; da quella distanza, nemmeno gli scudi avrebbero salvato l’alieno.
DeMayo era impossibilitato a muoversi mentre guardava quella scena, che durò al massimo cinque secondi.
Anche il fuoco nemico si era affievolito, tanto che sembrava che tutta l’attenzione delle due forze in campo fosse concentrata sull’epico scontro dei due guerrieri.
Dopo la deflagrazione i tre Grunt rimasti abbandonarono le armi e fuggirono: sul campo a fronteggiare la squadra Echo, ormai rimasta sola, c’era solo un Jackal, che riprese a fare fuoco sulla loro posizione.
DeMayo con la coda dell’occhio scorse Mungle che si toglieva il lanciarazzi da dietro la schiena: continuò a sparare mentre il compagno prendeva la mira e premeva il grilletto.
L’alieno cercò di rotolare di lato ma l’onda d’urto lo travolse comunque: incredibilmente, era ancora vivo.
Grepo si affrettò a piazzargli un ultimo colpo per finirlo mentre era a terra moribondo.
Rimasero per un minuto intero nel silenzio totale a rimuginare su quanto accaduto.
Alla fine Grepo ruppe il silenzio: “Comunque l’uccisione del Jackal è mia, vero?”
Mungle si alzò in piedi di scatto, innervosito: “Stai scherzando, spero!”
La disputa post-battaglia su chi avesse ucciso cosa era normale: DeMayo, Wagner e Panchenko li lasciarono alle loro discussioni, con McKenzie come arbitro.
Wagner tentò inutilmente di contattare Cortana ed Echo 419: la loro radio era in sola ricezione e quella di Waller era andata in mille pezzi insieme alla sua testa, quindi per loro erano tutti morti.
Sconsolato, DeMayo si rese conto che erano di nuovo soli, e che avrebbero dovuto pensare alla svelta ad un modo per andarsene da quell’isola.
L’idea di Wagner di costruire una zattera era appena stata bocciata quando DeMayo si ricordò del pelican abbattuto poco lontano dalla loro posizione.
Suggerì di andare almeno a controllare le condizioni del velivolo per vedere se era possibile ripararlo.
La sua roposta fu accolta e dovettero fare non più di trecento metri a piedi prima di raggiungere il luogo dello schianto: intorno c’erano dei corpi di Jackal con numerosi fori di proiettile.
C’erano anche i corpi degli occupanti del pelican.
Wagner si diresse verso i motori per vedere cosa si poteva fare.
Gli altri si chinarono su quel poco di munizioni che erano sparse a terra e si rifornirono: Mungle diede un calcio ad una scatola di razzi vuota. “E ti pareva! Quello st****o si è fregato tutte le munizioni!”
Lo spartan, “Masterchief”, in effetti non aveva fatto una buona impressione su di loro quel giorno.
Subito dopo Wagner, da una posizione non visibile, gli disse che il pelican aveva solo qualche problema agli stabilizzatori, che non era niente di irrecuperabile e non ci avrebbe messo molto a rimetterlo in sesto.
Giustamente, DeMayo e gli altri si rilassarono facendo una partita a carte all’interno del velivolo mentre Wagner lavorava per ripararlo; incontrarono qualche difficoltà dato che era inclinato, appoggiato ad una scogliera, ma nello zaino avevano anche un tavolino pieghevole regolabile e varie altezze su tutte le zampe, giusto per queste incombenze, che accadevano più spesso di quanto si potesse pensare.
Panchenko aveva appena scoperto che Grepo si era nascosto alcune carte sotto di sè quando Wagner sbucò dietro il pelican, unto ma felice. “Dovrebbe funzionare. Cioè, funzionerà. Ho anche apportato delle migliorie!”
Grepo indicò Mungle, poi la cabina del pilota.
L’altro alzò le braccia, facendo finta di non capire.
“Hai capito”, gli disse Grepo.
Mungle alzò gli occhi al cielo. “C’è una cosa che non vi ho detto....”
DeMayo, che insieme a McKenzie era entrato nella cabina di guida per vedere se fosse tutto a posto, si affacciò fuori nel vano di carico per sentire cosa aveva da dire.
“Hai guidato anche la scialuppa”, lo incoraggiò Wagner, “Ed un falcon. Ti manca giusto un pelican per fare l’amplein.”
Mungle avvicinò le mani al petto e picchiettò le punte degli indici fra di loro, imbarazzato. “Bhè, giusto riguardo a quello. Non ho guidato io la scialuppa, il pilota automatico era già attivo.”
DeMayo vide l’espressione di Grepo mutare in modo indescrivibile: lanciò un urlo e si gettò su Mungle. “Allora farai meglio a trovare il pilota automatico anche qui!”
McKenzie emerse dalla cabina di guida. “Eccolo qui.”
DeMayo si voltò per guardare il punto indicato dal compagno, e vide che effettivamente c’era un display touchscreen con scritto “pilota automatico” ed una serie di destinazioni.
“Oh bhè, questo sì che è conveniente”, disse, e premette il display.
DeMayo si tenne con una mano alla maniglia mentre una leggera turbolenza faceva sobbalzare il pelican su cui si trovavano lui e la sua squadra.
Avevano ricevuto un brevissimo debriefing in cui non avevano nemmeno capito per quale motivo stavano lanciando questo assalto, e poi erano stati imbarcati su un pelican ed erano decollati, il tutto non più di mezz’ora prima.
Nell’altro pelican c’erano lo spartan, il sergente Waller e la sua squadra, un gruppo di ragazzini che probabilmente aveva visto per la prima volta il nemico su Reach: non vedeva l’ora di mostrargli come combattevano i veri soldati.
Prima del debriefing, comunque, Wagner e Grepo erano riusciti a rubare un po’ di scorte degli uomini di Silva, che ora DeMayo custodiva nel suo zaino, dove c’era di tutto; si sentiva un po’ la bestia da soma del gruppo, ma a lui stava bene così: non era tipo da lamentarsi, e dopotutto era l’ultimo arrivato.
Sotto di lui si stendeva un vasto mare, ed in lontananza si poteva ancora vedere la terra che stavano sorvolando fino a dieci minuti prima.
Non avevano molta attrezzatura con loro: doveva essere un’operazione veloce e semplice, dentro e fuori in un batter d’occhio.
Avevano tutti un MA5B d’ordinanza: in più, Mungle teneva ancora con sè il suo lanciarazzi ed era riuscito a prendere anche una mina antiuomo TR/9; Grepo invece era assai contrariato perchè non gli avevano lasciato prendere un fucile da cecchino.
In generale, però, erano stati attrezzati bene: meglio di quella volta in cui Floyd ordinò degli antiquati MA1 apposta per darli a loro.
“Quanto mancherà ancora?” Gridò Grepo sopra il suono dei motori.
“Spero poco”, gli rispose Panchenko, “Mi sto pisciando addosso!”
Grepo battè un paio di colpi contro la porta chiusa della cabina di pilotaggio. “Ehi, pilota!”
“Ho un nome, sai?” replicò l’uomo dall’altra parte.
“Sì, ma è impronunciabile. Senti, non si vede una mazza da qua dietro-“
“L’isola è in vista. Tempo di arrivo previsto due minuti. Cristo, adesso capisco perchè Foehammer non vi voleva sul suo Pelican. Siete proprio degli str-”
“Foehammer non ci voleva sul suo pelican perchè ha avuto una brutta esperienza con Mungle.”
“Ehi!”, intervenne Mungle, “Lei mi ama, solo che ancora non lo sa!”
“Ma se l’ultima volta ti ha detto che avrebbe preferito farsi la Parangosky!”, lo schernì Grepo rimettendosi a sedere.
Il pensiero del vice ammiraglio ultranovantenne fece rabbrividire tutti.
I successivi due minuti furono di assoluto silenzio: la calma prima della tempesta.
DeMayo iniziò a vedere le rocce che formavano la curiosa conformazione dell’isola mentre il Pelican ruotava verso sinstra per farli scendere sulla spiaggia; notò anche che un piccolo gruppo di nemici li stava aspettando: una squadra classica formata da qualche Grunt con a capo un Elite.
Sentirono la voce di Foehammer dagli altoparlanti del Pelican: “Atterraggio imminente, non sarà una passeggiata, prepararsi ad attaccare!”
Mungle gettò un bacio verso l’altoparlante. “Qualsiasi cosa per te, Carol.”
Ormai si trovavano a meno di mezzo metro dal terreno, e la voce della pilota dell’altro Pelican si udì di nuovo. “Atterrati! Forza marines!”
“Sì! Facciamoli a pezzi!” Urlò Grepo alzandosi in piedi.
De Mayo era il più esterno dalla sua parte e doveva quindi scendere per primo: trattenne il respiro mentre saltava giù dal Pelican ed atterrava sulla sabbia, affondando di un paio di centimentri.
Dall’altra parte del velivolo scese Wagner, che faticò a trovare l’equilibrio e dovette poggiare una mano a terra per non cadere: entrambi si accuciarono e cercarono di mostrare meno area del corpo possibile.
Dietro di loro scesero McKenzie e Panchenko, ed infine Mungle e Grepo.
Globi di plasma blu e verdi sciamavano sopra le loro teste, sorpassando o colpendo la navetta dietro di loro; un colpo passò a pochi centimetri dalla faccia di Mungle prima che riuscisse ad abbassarsi: si mise le mani al volto e si gettò a terra. “m**da, mi hanno preso, mi hanno preso!”, gridava.
McKenzie si chinò su di lui. “Non ti hanno preso! Ti ha solo sfiorato!”
L’altro sembrava non sentirlo. “Non ci vedo! Sono cieco!”
“E’ perchè hai le mani davanti agli occhi, deficente!”, gridò Grepo, senza rendersi conto di quanto non fosse d’aiuto.
McKenzie alzò gli occhi verso Grepo indicando con una mano la formazione nemica. “Invece di cazzeggiare dacci del fuoco di copertura!”, poi si girò verso DeMayo, “Simon, aiutami a trascinarlo al riparo dietro quella roccia.”
Fortunatamente non pesava molto: si lasciarono una scia dietro mentre trasportavano il compagno rannicchiato su se stesso verso il riparo.
Con la coda dell’occhio DeMayo vide che anche l’altra squadra era in difficoltà: pure loro avevano trovato riparo dietro ad una roccia e facevano del fuoco di soppressione verso i Covenant; dello spartan non c’era traccia.
Via via che i tre si avviciniavano verso la copertura il volume di fuoco nemico calava: quando vi giunsero si sentivano ancora dei colpi di fucili e pistole al plasma, ma nessuno era indirizzato verso la loro posizione.
Presto il rumore delle armi nemiche cessò del tutto.
“Hanno smesso di sparare.” Annunciò Panchenko.
DeMayo azzardò un’occhiata oltre la roccia.
McKenzie sembrava non essersene accorto. “Mi prendi per il culo, Stefan? Perchè-“
“No, ha ragione.” Lo interruppe. “Guarda.”
Non c’era più alcuna minaccia visibile, erano tutti morti: lo spartan aveva fatto il lavoro di dieci marine da solo, impiegando un quarto del tempo.
Un secondo dopo si iniziarono a sentire degli spari in lontananza: probabilmente il supersoldato aveva ingaggiato altri nemici più in avanti.
McKenzie si chinò nuovamente su Mungle. “Ok, io resto con lui. Voi ehm...andate avanti.”
Wagner sospirò. “Bella prova di coraggio.”
“Ehi, sono io il medico qui”, si lamentò McKenzie.
DeMayo si accorse che l’altra squadra era già andata avanti e decise di incamminarsi verso il luogo dove si era spostata la battaglia: gli altri tre lo seguirono, con Wagner che ancora inveiva contro McKenzie mentre si allontanavano, e lui che insisteva a dire di essere il medico della squadra.
Tutti avevano una specializzazione nella squadra, ma ognuno se l’era data per sè, nessuno li aveva mai nominati ufficilmente tali: McKenzie aveva qualche conoscenza di rianimazione e di trattamento di rotture ossee o emorragie esterne e si era autoproclamato medico, Wagner aveva qualche conoscenza di meccanica e questo bastava a farlo il geniere della squadra, Grepo pensava di avere la mira migliore di tutti e dichiarava di essere il tiratore scelto della squadra, a Mungle piaceva il lanciarazzi ed era quindi stato nominato addetto alle armi pesanti ed alla demolizione, mentre Panchenko prendeva il comando quando McKenzie era troppo impegnato a svenire o a vomitare; si poteva dire che era lui il vero comandante.
Per quanto riguardava lui, era l’ultimo arrivato, dopo aver perso tre quarti del suo plotone su Fumirole pochi mesi prima: ancora non aveva una “specializzazione” e quindi lo usavano per portare lo zaino con tutti gli equipaggiamenti e le provviste.
Quando raggiunsero il luogo in cui si trovavano lo spartan e la squadra di Waller era già tutto finito di nuovo ed erano rimasti a secco ancora una volta: fortunatamente, almeno non c’erano state perdite fra le loro fila.
Per la prima volta vide il guerriero dalla corazza rilucente verde in tutta la sua grandezza: doveva essere alto più di due metri ed era più imponente di chiunque avesse mai visto; i suoi scarponi affondavano nella sabbia di un bel pezzo.
Se ne rimase lì, immobile, senza nemmeno degnarsi di ripulirsi la corazza (piena di ogni sorta di ammaccature) dal sangue dei nemici appena massacrati: fissava un puntino lontano che DeMayo identificò come un Pelican in avvicinamento.
Waller aveva due dita all’orecchio, e stava comunicando con la pilota. “Echo 419 in arrivo. Qualcuno ha ordinato un warthog?”
“Ehi, non sapevo che facessi consegne a domicilio, Foehammer!”, disse il sergnente.
“Conosci il nostro motto: consegne ovunque”, scherzò lei.
Il velivolo si avvicinò rapidamente all’isola e quando fu sopra il bagnasciuga eseguì una rotazione di 90° verso destra per sganciare il warthog.
Intanto lo spartan aveva coperto la distanza che lo separava dal veicolo e salì al posto dell’autista, mentre due marine della squadra di Waller (gli sembrava si chiamassero Hosky e Dellario) salirono negli altri posti vuoti.
DeMayo rimase contrariato da quella scelta di posti molto egoista da parte dello spartan: il marine alla torretta era il più esposto ed al suo posto ci sarebbe dovuto essere lui; i due marine avrebbero dovuto stare nei due sedili davanti, più protetti dal fuoco nemico.
Tuttavia, la comitiva partì senza che nessuno si lamentasse di niente.
Pensava che avrebbero dovuto seguirli, ma allora non avrebbe avuto senso dotarli di un warthog se poi dovevano tenere il passo di quelli a piedi: si rivolse verso Waller: “Ma noi cosa dobbiamo fare, sergente?”
Waller sembrava seccato: “La cosa più noiosa del mondo, soldato. Tenere sicura questa ZA. Praticamente inchiodarci il culo qui ed aspettare finchè Masterchief non avrà finito con la sua scampagnata.”
Quindi era quello il nome dello spartan, Masterchief: lo chiamavano col suo grado.
Panchenko si diresse in un angolino per soddisfare il suo bisogno quando riapparvero McKenzie e Mungle, con il primo che sorreggeva il secondo, che si teneva ancora una mano sul viso.
Waller indicò col mento la coppia. “Il vostro compagno è stato ferito?”
“No, è solo una checca”, gli rispose Grepo col suo solito ghigno.
I due si avvicinarono e McKenzie appoggiò Mungle ad una roccia.
DeMayo era preoccupato per le condizioni dell’amico: gli si fece più vicino. “Come stai? Adesso ci vedi?”
Mungle sorrise. “Vedo ancora qualche macchia nera. Però sto meglio.”
Grepo s’intromise abbassandosi e piazzando il dito medio di fronte a Mungle. “Ehi Vince, quanti sono questi?”
L’altro lo ignorò e si alzò in piedi. “Pare che mi sia perso tutta la battaglia.”
“Tutti ce la siamo persa”, gli disse Panchenko di ritorno dal suo angolino, “quel mostro li ha fatti fuori tutti.”
Nei quindici minuti successivi parlarono dello spartan e fecero amicizia con i rimanenti membri della squadra di Waller, che dissero di chiamarsi Jacobs, Burke e Thubbs.
Avevano ricevuto varie comunicazioni, fra cui il mayday di Bravo 22 che era precipitato poco giù lungo la spiaggia dell’isola.
Quando Masterchief fece ritorno, il suo warthog era vuoto.
DeMayo stava per chiedere dove fossero finiti gli altri due marine quando Burke e Thubbs salirono a bordo senza fiatare.
Si accorse che anche i suoi compagni stavano fissando la scena , increduli come lui.
Erano tutti pazzi: era ovvio che lo spartan pensava solo per sè e quei marine gli servivano solo come bersagli in più da dare al nemico.
Ad ogni modo, pareva che Waller portasse un grande rispetto per lo spartan e quindi nessuno si degnò di fare una domanda.
DeMayo comunque sapeva che non avrebbe mai più rivisto nemmeno quei due ragazzi appena conosciuti, e dalle faccia dei suoi compagni capì che lo pensavano anche loro.
Passarono quaranta minuti di tensione prima che ci fosse di nuovo un contatto con qualcun altro: le notizie però, non erano rassicuranti.
Un’allarmata Foehammer stava contattando il sergente: “Foehammer a squadre di terra: due navi nemiche in avvicinamento veloce.”
“Maledetti”, ringhiò Waller, per poi rivolgersi a loro: ”Ok gente, fra un po’ ci sarà da divertirsi: impegnare squadre nemiche a vista!”
Cortana si intromise nella comunicazione. “Dentro alla struttura potreste difendervi meglio, riuscite a entrare?”
La tensione del sergente stava salendo mentre dava un’occhiata prima alle navi in avvicinamento, poi all’area intorno a loro. “Negativo, si avvicinano troppo velocemente! Capo, dovete trovare il cartographer: li terremo occupati finchè potremo!”
“Fagliela vedere, marine”, fu l’ultima comunicazione che ricevettero.
Le due navi erano sempre più vicine: una si staccò e puntò verso un’altra zona dell’isola, mentre l’altra continuò imperterrita ad avanzare verso di loro.
DeMayo sentì il sangue gelarsi nelle vene quando la Spirit iniziò a sparare.
Si tuffarono subito dietro ad alcune rocce per evitare i colpi: intorno a loro, l’aria stava diventando rovente.
Lo Spirit si avvicinò al terreno ed aprì i portelli per far scendere le truppe: un Elite, un paio di Jackal ed un manipolo di Grunt.
Niente di invincibile, continuava a ripetersi DeMayo nella testa.
Con una granata ben piazzata Waller riuscì ad eliminare un paio di Grunt ed a far uscire dalla formazione gli altri, spaventati.
L’Elite in armatura rossa perse tempo a rimetterli in riga e rimase indietro: i Jackal invece guadagnarono terreno senza aspettarlo.
La squadra Echo si stava impegnando a fare quello che sapeva fare meglio: sparare a caso, chiamandolo “fuoco di soppressione”.
Ad ogni modo, fortunatamente erano disposti molto bene sul campo: nascosti dietro le rocce a semicerchio erano avvantaggiati rispetto agli avversari, che si trovavano in campo aperto: questo vantaggio tattico si concretizzò quando insieme Waller e Jacobs abbatterono uno dei due Jackal che si erano allontanati troppo dalla formazione; dopo la morte del compagno, l’altro decise di indietreggiare ed aspettare che l’Elite finisse il lavoro.
Un proiettile vagante colpì Jacobs alla spalla che cadde a terra contorcendosi per il dolore: l’enorme alieno dalla corazza rossa approfittò del buco nello sbarramento per scattare dietro il riparo dei marine.
Prima che potessero fare qualsiasi cosa, l’Elite finì Jacobs con un colpo alla testa e poi mirò al sergente; McKenzie, che era di fianco a lui, fissava la scena impietrito.
Con un balzo Waller fu su l’Elite che esitò a sparare, stordito per quell’attacco a sorpresa: il sergente estrasse la sua pistola e sparò tre colpi in rapida successione nell’addome dell’alieno; i colpi rimbalzarono sul suo scudo a energia e ne rimase illeso, il quale per risposta sparò un colpo di riflesso che colpì il sergente alla coscia sinistra.
Gridò di dolore mentre la sua carne bruciava ed il sangue iniziava a sgorgare a fiotti: l’arteria femorale era sicuramente andata, e sarebbe morto dissanguato di lì a breve.
Sapendo che non aveva chance, si aggrappò tutta la sua forza all’alieno e ed attivò una granata a frammentazione.
L’Elite cadde a terra sul bagnasciuga, ed entrambi sparirono in una bolla di fumo: era impossibile che fossero sopravvissuti alla detonazione; da quella distanza, nemmeno gli scudi avrebbero salvato l’alieno.
DeMayo era impossibilitato a muoversi mentre guardava quella scena, che durò al massimo cinque secondi.
Anche il fuoco nemico si era affievolito, tanto che sembrava che tutta l’attenzione delle due forze in campo fosse concentrata sull’epico scontro dei due guerrieri.
Dopo la deflagrazione i tre Grunt rimasti abbandonarono le armi e fuggirono: sul campo a fronteggiare la squadra Echo, ormai rimasta sola, c’era solo un Jackal, che riprese a fare fuoco sulla loro posizione.
DeMayo con la coda dell’occhio scorse Mungle che si toglieva il lanciarazzi da dietro la schiena: continuò a sparare mentre il compagno prendeva la mira e premeva il grilletto.
L’alieno cercò di rotolare di lato ma l’onda d’urto lo travolse comunque: incredibilmente, era ancora vivo.
Grepo si affrettò a piazzargli un ultimo colpo per finirlo mentre era a terra moribondo.
Rimasero per un minuto intero nel silenzio totale a rimuginare su quanto accaduto.
Alla fine Grepo ruppe il silenzio: “Comunque l’uccisione del Jackal è mia, vero?”
Mungle si alzò in piedi di scatto, innervosito: “Stai scherzando, spero!”
La disputa post-battaglia su chi avesse ucciso cosa era normale: DeMayo, Wagner e Panchenko li lasciarono alle loro discussioni, con McKenzie come arbitro.
Wagner tentò inutilmente di contattare Cortana ed Echo 419: la loro radio era in sola ricezione e quella di Waller era andata in mille pezzi insieme alla sua testa, quindi per loro erano tutti morti.
Sconsolato, DeMayo si rese conto che erano di nuovo soli, e che avrebbero dovuto pensare alla svelta ad un modo per andarsene da quell’isola.
L’idea di Wagner di costruire una zattera era appena stata bocciata quando DeMayo si ricordò del pelican abbattuto poco lontano dalla loro posizione.
Suggerì di andare almeno a controllare le condizioni del velivolo per vedere se era possibile ripararlo.
La sua roposta fu accolta e dovettero fare non più di trecento metri a piedi prima di raggiungere il luogo dello schianto: intorno c’erano dei corpi di Jackal con numerosi fori di proiettile.
C’erano anche i corpi degli occupanti del pelican.
Wagner si diresse verso i motori per vedere cosa si poteva fare.
Gli altri si chinarono su quel poco di munizioni che erano sparse a terra e si rifornirono: Mungle diede un calcio ad una scatola di razzi vuota. “E ti pareva! Quello st****o si è fregato tutte le munizioni!”
Lo spartan, “Masterchief”, in effetti non aveva fatto una buona impressione su di loro quel giorno.
Subito dopo Wagner, da una posizione non visibile, gli disse che il pelican aveva solo qualche problema agli stabilizzatori, che non era niente di irrecuperabile e non ci avrebbe messo molto a rimetterlo in sesto.
Giustamente, DeMayo e gli altri si rilassarono facendo una partita a carte all’interno del velivolo mentre Wagner lavorava per ripararlo; incontrarono qualche difficoltà dato che era inclinato, appoggiato ad una scogliera, ma nello zaino avevano anche un tavolino pieghevole regolabile e varie altezze su tutte le zampe, giusto per queste incombenze, che accadevano più spesso di quanto si potesse pensare.
Panchenko aveva appena scoperto che Grepo si era nascosto alcune carte sotto di sè quando Wagner sbucò dietro il pelican, unto ma felice. “Dovrebbe funzionare. Cioè, funzionerà. Ho anche apportato delle migliorie!”
Grepo indicò Mungle, poi la cabina del pilota.
L’altro alzò le braccia, facendo finta di non capire.
“Hai capito”, gli disse Grepo.
Mungle alzò gli occhi al cielo. “C’è una cosa che non vi ho detto....”
DeMayo, che insieme a McKenzie era entrato nella cabina di guida per vedere se fosse tutto a posto, si affacciò fuori nel vano di carico per sentire cosa aveva da dire.
“Hai guidato anche la scialuppa”, lo incoraggiò Wagner, “Ed un falcon. Ti manca giusto un pelican per fare l’amplein.”
Mungle avvicinò le mani al petto e picchiettò le punte degli indici fra di loro, imbarazzato. “Bhè, giusto riguardo a quello. Non ho guidato io la scialuppa, il pilota automatico era già attivo.”
DeMayo vide l’espressione di Grepo mutare in modo indescrivibile: lanciò un urlo e si gettò su Mungle. “Allora farai meglio a trovare il pilota automatico anche qui!”
McKenzie emerse dalla cabina di guida. “Eccolo qui.”
DeMayo si voltò per guardare il punto indicato dal compagno, e vide che effettivamente c’era un display touchscreen con scritto “pilota automatico” ed una serie di destinazioni.
“Oh bhè, questo sì che è conveniente”, disse, e premette il display.
VI
Spoiler
Wagner aveva detto che quel coso avrebbe volato così bene che avrebbero tranquillamente potuto proporlo all’alto comando come Incrociatore Ultraleggero Sperimentale classe Pigeon, e che gliel’avrebbero accettato sicuramente, ed avrebbero passato il resto della loro vita in congedo da eroi di guerra a godersi la vita su New Jerusalem o su Coral.
Fatto sta che l’Incrociatore Ultraleggero Sperimentale classe Pigeon ora era riverso a terra, almeno non in mare, per fortuna, ma in una dannata palude, che non assomigliava per niente al terreno che avevano sorvolato...quando? Una paio d’ore prima?
Quindi c’era anche da aspettarsi che il pilota automatico non funzionasse per via dell’insolita forma di quel mondo: chissà dov’erano finiti adesso.
E la cosa peggiore di tutte era che Grepo ancora non voleva dargli il merito per l’uccisione di quel Jackal sulla spiaggia.
Mungle accantonò quei pensieri e si concentrò sull’uscire dalla melma che gli arrivava a metà coscia.
Quando raggiunse la “terraferma”, o almeno una zona in cui non sprofondasse fino alle ginocchia, si voltò a guardare gli altri: DeMayo stava aiutando Panchenko ad uscire dal pelican, mentre Grepo e Wagner stavano avendo un’accesa discussione sul lavoro di riparazione effettuato da quest’ultimo.
Incredibilmente McKenzie non aveva vomitato stavolta, forse perchè era svenuto: Grepo lo stava portando in spalla.
Al momento dell’impatto era l’unico nella cabina di pilotaggio per “guardare la strada”, ed aveva preso il colpo più forte di tutti.
Quando si furono riuniti in un punto “asciutto”, Grepo appoggiò McKenzie a terra ed iniziò a schiaffeggiarlo violentemente in faccia finchè non si svegliò con un sussulto.
Mungle aprì le braccia. “Quindi, che si fa ora?”
Si guardarono fra di loro: erano a corto di idee.
“Prima che iniziassimo a precipitare ho visto una struttura più avanti”, la voce di Mckenzie era poco più che un sussurro, “Potremmo almeno ripararci laggiù.”
Panchenko annuì. ”Qualcuno preferisce stare qui nella fogna?”
Mungle pensò che probabilmente alla sua fidanzata sarebbe piaciuto stare lì a fare i fanghi: diceva che faceva bene alla pelle.
Peccato che fosse morta durante l’attacco a Verge di quello stesso anno.
In fondo non gli mancava: non l’aveva più rivista da quando si era arruolato nel 2547.
Verge, invece, gli mancava molto: anche se era un mezzo covo di malviventi ed Inni, era sempre il pianeta dove era nato e cresciuto.
S’incamminarono verso l’edificio indicato da McKenzie, e quando entrò in vista Panchenko alzò il pugno sinistro, il segno di fermarsi: più avanti c’era uno spiazzo che dava sull’entrata di quella che sembrava una grotta artificiale.
Il motivo del segnale di Panchenko però era un altro: nello spiazzo c’erano due Elite, uno rosso ed uno blu.
Ma la cosa che aveva meno senso si trovava accanto all’entrata: una pila di corpi, martoriati in ogni modo possibile, era data alle fiamme.
C’erano Elite, Grunt, Jackal, e dei cadaveri ridotti così male da essere irriconoscibili.
“Ma che ca-“, Panchenko zittì McKenzie mettendogli una mano davanti alla bocca.
Sembrava che l’Elite rosso stesse ammassando i cadaveri, mentre quello blu lo copriva: quest’ultimo continuava a guardarsi freneticamente intorno e sembrava assai nervoso.
Mungle non riusciva a capire: cosa stavano facendo? Si erano forse ribellati? Ma perchè bruciare i cadaveri? Ad ogni modo, avrebbero dovuto scoprirlo.
Oltre lo spiazzo, nella boscaglia dove si trovavano loro, c’erano altri corpi: adocchiò il cadavere di un Elite e lo indicò agli altri, poi gli fece cenno di rimanere fermi.
Sentiva gli occhi su di sè mentre si acquattava e strisciava fino al corpo: dovette fare appello a tutta la sua forza di volontà per non vomitare mentre lentamente alzava le interiora sparse dell’Elite e vi piazzava sotto la mina antiuomo che aveva preso quella mattina stessa.
L’attivò, e con un rapido gesto tagliò l’aria facendo capire agli altri di andarsene; lentamente, si allontanò anche lui e si riunì ai compagni più lontani dallo spiazzo.
Tutti seguirono con gli occhi l’Elite che continuava a prendere cadaveri e gettarli nella brace: si avvicinava sempre di più alla trappola.
L’alieno non avrebbe mai potuto immaginarsi cosa lo aspettava: si avvicinò al corpo e quando si abbassò per raccoglierlo una palla di fuoco lo avvolse senza lasciargli scampo.
L’onda d’urto sbattè a terra tutta la squadra, che si rialzò subito per festeggiare: diedero pacche nella schiena ed in testa a Mungle per l’ottima pensata e si batterono cinque gridando di gioia.
Sì ricordarono che l’altro Elite era ancora vivo solo quando interruppe i loro festeggiamenti prendendo Wagner per la gola.
Con le mani il marine strinse la tenaglia che lo teneva mentre l’alieno lo sollevava e gli puntava il fucile al plasma alla testa.
Erano tutti impietriti dalla sorpresa: mirarono al nemico, ma non avevano una visuale libera e Wagner era spacciato in ogni modo; gli scudi dell’Elite avrebbero retto comunque.
Uno strano rumore si levò nell’aria: sembrava una sorta di gorgoglìo, seguito da un grugnito.
L’alieno mollò la presa su Wagner e si allontanò.
Il soldato cadde a terra tossendo mentre riprendeva a respirare: tutti nella squadra erano increduli, ma la situazione lì era ben lungi dall’essere normale.
DeMayo e Panchenko si avvicinarono a lui per assicurarsi delle sue condizioni.
Wagner scosse la testa. “Cos’è successo? Sono vivo?”
“Già, voleva mangiarti, ma gli hai fatto schifo con tutta questa melma e quest’unto addosso”, ridacchio Grepo, “Diamine, a me fai schifo pure quando sei pulito.”
Si udì di nuovo un gorgoglìo.
McKenzie si voltò verso Grepo ed indicò il suo stomaco. “Cristo Marcus, abbiamo mangiato nemmeno tre ore fa-“
“Silenzio!”, ringhiò Panchenko, mettendosi in ascolto.
Grepo e McKenzie continuarono a punzecchiarsi mentre Mungle si concentrava per dare una ragione a quei rumori: era come quando era bambino a letto al buio, il modo migliore per non avere paura dei rumori che sentiva era dargli una spiegazione.
“Qualunque cosa sia si sta avvicinando”, avvertì Panchenko, “e io non voglio essere qui quando arriverà. Dentro alla struttura, di corsa!”
Entrarono dentro alla grotta artificiale per scoprire che non c’era niente: era solo uno stanzone rettangolare con un soffitto parecchio alto e quattro colonne quadrate, con al centro un cerchio con una pavimentazione diversa rispetto al resto della stanza; accanto al cerchio e vicino ad una colonna c’era un display che assomigliava vagamente alla tecnologia covenant.
Mungle si avvicinò e vi allungò una mano: incontrò una resistenza e si rese conto di aver inavvertitamente premuto un tasto.
Il cerchio con la pavimentazione differente su cui si trovavano altro non era che un ascensore, che cominciò a scendere.
DeMayo e McKenzie non erano ancora saliti sulla piattaforma quando si attivò e dovettero saltare giù, imprecando.
Panchenko si guardò intorno per poi rivolgere uno sguardo accusatorio verso Mungle. “E ora?”
Mungle si limitò ad alzare le spalle ed allargare le braccia.
Ad ogni modo l’alternativa era rimanere là sopra e fare conoscenza di quelle creature, o qualcunque cosa fossero.
McKenzie alzò un dito. “E se quei rumori che abbiamo sentito facessero parte di una qualche nuova arma psicologica? Forse generano dei suoni spaventosi anche per i Covenant.”
Tutti lo guardarono come se non potesse dire niente di più idiota.
“Drew, stai scherzando, spero.”, gli disse Grepo, “Quei suoni sembravano provenire da un film horror di serie B. Non spaventerebbero nemmeno un bambino. Ma tu non capisci niente di horror.”
“Intanto quei suoni hanno fatto fuggire l’Elite”, affermò DeMayo, “e sono anche il motivo per cui ci siamo nascosti qui dentro.”
“Voi vi siete nascosti”, continuò Grepo, ”io non potevo certo lasciarvi da soli.”
Per questa affermazione si beccò una pugno nel braccio da parte di Mungle.
L’ascensore continuò a scendere fino a raggiungere un’altra stanza identica a quella in superficie.
Anche quello stanzone era zeppo di cadaveri dati alle fiamme: ancora una volta Mungle si chiese cosa diavolo stesse succedendo in quel posto.
Ispezionarono la stanza, e scoprirono che c’era una sola uscita: si decisero quindi a varcarla, e si ritrovarono in un’altra stanza apparentemente formata da due piani, in cui il piano superiore era come bucato al centro dove c’era solo un ponte che sembrava fatto di luce solida.
Non volendosi arrischiare in un salto di sotto, che era piuttosto alto, decisero di proseguire lungo il ponte.
Quando ebbero oltrepassato il ponte Panchenko fece cenno a tutti di fermarsi. “Aspettate, non possiamo andare in giro così a caso. Dobbiamo trovare un modo per tenere a mente la strada o ci perderemo.”
“Bhè, andiamo sempre dritti, così non sbagliamo.”, propose McKenzie.
“Non è detto che ci sia sempre una strada a diritto. Cristo, a volte vorrei vivere nel tuo mondo: dev’essere tutto così semplice per te.”
“Ho solo un dono innato per scoprire sempre la via più facile.”
Una raffica automatica risuonò nella stanza.
Wagner aveva il suo MA5B fumante puntato verso il muro di fianco ad una porta: si voltò verso gli altri. “Segnaliamo le porte da cui passiamo con dei proiettili.”
Panchenko ci pensò su, poi annuì. “Va bene, ma non più di un caricatore. Se lo finisci ce ne torniamo alla prima stanza.”
“Ed al primo segno di pericolo ce ne andiamo”, aggiunse McKenzie.
“Naturalmente.”
Superarono stretti corridoi, altre stanze uguali a quella ed altre a due piani col piano superiore a forma di croce, finchè non giunsero in una sala che aveva tutta l’aria di essere un laboratorio: c’erano dei tubi pieni di liquido con strani esseri dentro, come se fossero in una qualche stasi o sospensione.
Non erano tutti pieni: ce n’erano alcuni svuotati, col liquido che si trovava all’interno riverso a terra.
La stanza era piccola ed allungata, ed in fondo c’era un’apertura che dava su una stanza più larga, con al centro due cilindri uguali a quelli dell’altra stanza, solo molto più grandi, di cui solo uno conteneva una creatura.
Mungle si allontanò dal gruppo per osservare nuovamente le crature più piccole nell’altra stanza: a prima vista sembravano delle seppie, ma erano più tozzi ed avevano tre tentacoli davanti che alla fine si aprivano in una specie di fiore rossastro.
Appoggiò le mani su una sporgenza piena di ornamenti per avvicinarsi ed osservarli da più vicino: scoprì che quelli che credeva degli ornamenti erano in realtà dei pulsanti, e ne aveva appena premuto uno.
Si allontanò istantivamente da lì, ma era troppo tardi.
Rimase fermo a guardare mentre le pareti di un cilindro si abbassavano, facendo fuoriuscire il liquido che si trovava dentro.
Quando la creatura fu libera dal cilindro, si voltò verso Mungle e con un balzo gli afferrò la faccia.
I suoi tentacoli la tenevano saldamente aggrappata alla sua testa anche mentre si dimenava per togliersela di dosso.
Per qualche strano motivo la prima cosa che gli venne in mente fu il suo primo bacio.
Cercò di gridare, ma uscì solo un mmph! soffocato.
Wagner aveva detto che quel coso avrebbe volato così bene che avrebbero tranquillamente potuto proporlo all’alto comando come Incrociatore Ultraleggero Sperimentale classe Pigeon, e che gliel’avrebbero accettato sicuramente, ed avrebbero passato il resto della loro vita in congedo da eroi di guerra a godersi la vita su New Jerusalem o su Coral.
Fatto sta che l’Incrociatore Ultraleggero Sperimentale classe Pigeon ora era riverso a terra, almeno non in mare, per fortuna, ma in una dannata palude, che non assomigliava per niente al terreno che avevano sorvolato...quando? Una paio d’ore prima?
Quindi c’era anche da aspettarsi che il pilota automatico non funzionasse per via dell’insolita forma di quel mondo: chissà dov’erano finiti adesso.
E la cosa peggiore di tutte era che Grepo ancora non voleva dargli il merito per l’uccisione di quel Jackal sulla spiaggia.
Mungle accantonò quei pensieri e si concentrò sull’uscire dalla melma che gli arrivava a metà coscia.
Quando raggiunse la “terraferma”, o almeno una zona in cui non sprofondasse fino alle ginocchia, si voltò a guardare gli altri: DeMayo stava aiutando Panchenko ad uscire dal pelican, mentre Grepo e Wagner stavano avendo un’accesa discussione sul lavoro di riparazione effettuato da quest’ultimo.
Incredibilmente McKenzie non aveva vomitato stavolta, forse perchè era svenuto: Grepo lo stava portando in spalla.
Al momento dell’impatto era l’unico nella cabina di pilotaggio per “guardare la strada”, ed aveva preso il colpo più forte di tutti.
Quando si furono riuniti in un punto “asciutto”, Grepo appoggiò McKenzie a terra ed iniziò a schiaffeggiarlo violentemente in faccia finchè non si svegliò con un sussulto.
Mungle aprì le braccia. “Quindi, che si fa ora?”
Si guardarono fra di loro: erano a corto di idee.
“Prima che iniziassimo a precipitare ho visto una struttura più avanti”, la voce di Mckenzie era poco più che un sussurro, “Potremmo almeno ripararci laggiù.”
Panchenko annuì. ”Qualcuno preferisce stare qui nella fogna?”
Mungle pensò che probabilmente alla sua fidanzata sarebbe piaciuto stare lì a fare i fanghi: diceva che faceva bene alla pelle.
Peccato che fosse morta durante l’attacco a Verge di quello stesso anno.
In fondo non gli mancava: non l’aveva più rivista da quando si era arruolato nel 2547.
Verge, invece, gli mancava molto: anche se era un mezzo covo di malviventi ed Inni, era sempre il pianeta dove era nato e cresciuto.
S’incamminarono verso l’edificio indicato da McKenzie, e quando entrò in vista Panchenko alzò il pugno sinistro, il segno di fermarsi: più avanti c’era uno spiazzo che dava sull’entrata di quella che sembrava una grotta artificiale.
Il motivo del segnale di Panchenko però era un altro: nello spiazzo c’erano due Elite, uno rosso ed uno blu.
Ma la cosa che aveva meno senso si trovava accanto all’entrata: una pila di corpi, martoriati in ogni modo possibile, era data alle fiamme.
C’erano Elite, Grunt, Jackal, e dei cadaveri ridotti così male da essere irriconoscibili.
“Ma che ca-“, Panchenko zittì McKenzie mettendogli una mano davanti alla bocca.
Sembrava che l’Elite rosso stesse ammassando i cadaveri, mentre quello blu lo copriva: quest’ultimo continuava a guardarsi freneticamente intorno e sembrava assai nervoso.
Mungle non riusciva a capire: cosa stavano facendo? Si erano forse ribellati? Ma perchè bruciare i cadaveri? Ad ogni modo, avrebbero dovuto scoprirlo.
Oltre lo spiazzo, nella boscaglia dove si trovavano loro, c’erano altri corpi: adocchiò il cadavere di un Elite e lo indicò agli altri, poi gli fece cenno di rimanere fermi.
Sentiva gli occhi su di sè mentre si acquattava e strisciava fino al corpo: dovette fare appello a tutta la sua forza di volontà per non vomitare mentre lentamente alzava le interiora sparse dell’Elite e vi piazzava sotto la mina antiuomo che aveva preso quella mattina stessa.
L’attivò, e con un rapido gesto tagliò l’aria facendo capire agli altri di andarsene; lentamente, si allontanò anche lui e si riunì ai compagni più lontani dallo spiazzo.
Tutti seguirono con gli occhi l’Elite che continuava a prendere cadaveri e gettarli nella brace: si avvicinava sempre di più alla trappola.
L’alieno non avrebbe mai potuto immaginarsi cosa lo aspettava: si avvicinò al corpo e quando si abbassò per raccoglierlo una palla di fuoco lo avvolse senza lasciargli scampo.
L’onda d’urto sbattè a terra tutta la squadra, che si rialzò subito per festeggiare: diedero pacche nella schiena ed in testa a Mungle per l’ottima pensata e si batterono cinque gridando di gioia.
Sì ricordarono che l’altro Elite era ancora vivo solo quando interruppe i loro festeggiamenti prendendo Wagner per la gola.
Con le mani il marine strinse la tenaglia che lo teneva mentre l’alieno lo sollevava e gli puntava il fucile al plasma alla testa.
Erano tutti impietriti dalla sorpresa: mirarono al nemico, ma non avevano una visuale libera e Wagner era spacciato in ogni modo; gli scudi dell’Elite avrebbero retto comunque.
Uno strano rumore si levò nell’aria: sembrava una sorta di gorgoglìo, seguito da un grugnito.
L’alieno mollò la presa su Wagner e si allontanò.
Il soldato cadde a terra tossendo mentre riprendeva a respirare: tutti nella squadra erano increduli, ma la situazione lì era ben lungi dall’essere normale.
DeMayo e Panchenko si avvicinarono a lui per assicurarsi delle sue condizioni.
Wagner scosse la testa. “Cos’è successo? Sono vivo?”
“Già, voleva mangiarti, ma gli hai fatto schifo con tutta questa melma e quest’unto addosso”, ridacchio Grepo, “Diamine, a me fai schifo pure quando sei pulito.”
Si udì di nuovo un gorgoglìo.
McKenzie si voltò verso Grepo ed indicò il suo stomaco. “Cristo Marcus, abbiamo mangiato nemmeno tre ore fa-“
“Silenzio!”, ringhiò Panchenko, mettendosi in ascolto.
Grepo e McKenzie continuarono a punzecchiarsi mentre Mungle si concentrava per dare una ragione a quei rumori: era come quando era bambino a letto al buio, il modo migliore per non avere paura dei rumori che sentiva era dargli una spiegazione.
“Qualunque cosa sia si sta avvicinando”, avvertì Panchenko, “e io non voglio essere qui quando arriverà. Dentro alla struttura, di corsa!”
Entrarono dentro alla grotta artificiale per scoprire che non c’era niente: era solo uno stanzone rettangolare con un soffitto parecchio alto e quattro colonne quadrate, con al centro un cerchio con una pavimentazione diversa rispetto al resto della stanza; accanto al cerchio e vicino ad una colonna c’era un display che assomigliava vagamente alla tecnologia covenant.
Mungle si avvicinò e vi allungò una mano: incontrò una resistenza e si rese conto di aver inavvertitamente premuto un tasto.
Il cerchio con la pavimentazione differente su cui si trovavano altro non era che un ascensore, che cominciò a scendere.
DeMayo e McKenzie non erano ancora saliti sulla piattaforma quando si attivò e dovettero saltare giù, imprecando.
Panchenko si guardò intorno per poi rivolgere uno sguardo accusatorio verso Mungle. “E ora?”
Mungle si limitò ad alzare le spalle ed allargare le braccia.
Ad ogni modo l’alternativa era rimanere là sopra e fare conoscenza di quelle creature, o qualcunque cosa fossero.
McKenzie alzò un dito. “E se quei rumori che abbiamo sentito facessero parte di una qualche nuova arma psicologica? Forse generano dei suoni spaventosi anche per i Covenant.”
Tutti lo guardarono come se non potesse dire niente di più idiota.
“Drew, stai scherzando, spero.”, gli disse Grepo, “Quei suoni sembravano provenire da un film horror di serie B. Non spaventerebbero nemmeno un bambino. Ma tu non capisci niente di horror.”
“Intanto quei suoni hanno fatto fuggire l’Elite”, affermò DeMayo, “e sono anche il motivo per cui ci siamo nascosti qui dentro.”
“Voi vi siete nascosti”, continuò Grepo, ”io non potevo certo lasciarvi da soli.”
Per questa affermazione si beccò una pugno nel braccio da parte di Mungle.
L’ascensore continuò a scendere fino a raggiungere un’altra stanza identica a quella in superficie.
Anche quello stanzone era zeppo di cadaveri dati alle fiamme: ancora una volta Mungle si chiese cosa diavolo stesse succedendo in quel posto.
Ispezionarono la stanza, e scoprirono che c’era una sola uscita: si decisero quindi a varcarla, e si ritrovarono in un’altra stanza apparentemente formata da due piani, in cui il piano superiore era come bucato al centro dove c’era solo un ponte che sembrava fatto di luce solida.
Non volendosi arrischiare in un salto di sotto, che era piuttosto alto, decisero di proseguire lungo il ponte.
Quando ebbero oltrepassato il ponte Panchenko fece cenno a tutti di fermarsi. “Aspettate, non possiamo andare in giro così a caso. Dobbiamo trovare un modo per tenere a mente la strada o ci perderemo.”
“Bhè, andiamo sempre dritti, così non sbagliamo.”, propose McKenzie.
“Non è detto che ci sia sempre una strada a diritto. Cristo, a volte vorrei vivere nel tuo mondo: dev’essere tutto così semplice per te.”
“Ho solo un dono innato per scoprire sempre la via più facile.”
Una raffica automatica risuonò nella stanza.
Wagner aveva il suo MA5B fumante puntato verso il muro di fianco ad una porta: si voltò verso gli altri. “Segnaliamo le porte da cui passiamo con dei proiettili.”
Panchenko ci pensò su, poi annuì. “Va bene, ma non più di un caricatore. Se lo finisci ce ne torniamo alla prima stanza.”
“Ed al primo segno di pericolo ce ne andiamo”, aggiunse McKenzie.
“Naturalmente.”
Superarono stretti corridoi, altre stanze uguali a quella ed altre a due piani col piano superiore a forma di croce, finchè non giunsero in una sala che aveva tutta l’aria di essere un laboratorio: c’erano dei tubi pieni di liquido con strani esseri dentro, come se fossero in una qualche stasi o sospensione.
Non erano tutti pieni: ce n’erano alcuni svuotati, col liquido che si trovava all’interno riverso a terra.
La stanza era piccola ed allungata, ed in fondo c’era un’apertura che dava su una stanza più larga, con al centro due cilindri uguali a quelli dell’altra stanza, solo molto più grandi, di cui solo uno conteneva una creatura.
Mungle si allontanò dal gruppo per osservare nuovamente le crature più piccole nell’altra stanza: a prima vista sembravano delle seppie, ma erano più tozzi ed avevano tre tentacoli davanti che alla fine si aprivano in una specie di fiore rossastro.
Appoggiò le mani su una sporgenza piena di ornamenti per avvicinarsi ed osservarli da più vicino: scoprì che quelli che credeva degli ornamenti erano in realtà dei pulsanti, e ne aveva appena premuto uno.
Si allontanò istantivamente da lì, ma era troppo tardi.
Rimase fermo a guardare mentre le pareti di un cilindro si abbassavano, facendo fuoriuscire il liquido che si trovava dentro.
Quando la creatura fu libera dal cilindro, si voltò verso Mungle e con un balzo gli afferrò la faccia.
I suoi tentacoli la tenevano saldamente aggrappata alla sua testa anche mentre si dimenava per togliersela di dosso.
Per qualche strano motivo la prima cosa che gli venne in mente fu il suo primo bacio.
Cercò di gridare, ma uscì solo un mmph! soffocato.
VII
Spoiler
Le cose su cui McKenzie aveva posato gli occhi lo lasciavano perplesso: finchè erano nell’altra stanza e c’erano solo quelle specie di seppie non era rimasto molto sconvolto, ma quest’essere più grande gli faceva risalire l’istinto primordiale di darsi alla fuga.
In fondo era una cosa che era abituato a fare, ma fortunatamente quella creatura era in una specie di sospensione, come ibernata, e non rappresentava una minaccia.
Ancora più avanti c’era una terza stanza piena zeppa di cilindri piccoli contenenti gli esseri a forma di seppia.
Diede solo un’occhiata all’interno per poi ritirarsi subito: niente di nuovo lì.
Si rivolse ai suoi compagni: “Non ci capisco niente. Cos’è questa roba?”
“Cavie da laboratorio”, rispose Panchenko, “o esperimenti di qualche tipo. Pensate che ci siano i Covenant dietro questo?”
“Sono stati attaccati anche loro, quindi non credo.”, suggerì Wagner, “ma è sempre probabile che gli siano sfuggiti di mano.”
Panchenko fissava pensieroso un gruppo di cilindri vuoti. “Qualcosa è uscito di qui, e di recente”, fece una pausa per indicare la creatura più grande al centro della stanza, “sono quasi sicuro che i brontolìi che abbiamo sentito là fuori provenivano da esseri come questo.”
“Ma allora era uno solo”, fece notare Wagner, “Dei due tubi grandi qui solo uno è vuoto.”
“Allora avremmo potuto affrontarlo.”, s’inserì Grepo.
Panchenko alzò una mano per zittirli entrambi. “Non lo sappiamo. Magari ci sono altre strutture come questa.”
Non fece in tempo a finire la frase quando sentirono un tonfo nell’altra stanza: di là c’era Mungle, da solo.
Con uno scatto McKenzie raggiunse l’altra sala fucile alla mano, dove c’era il marine che si dimenava e sbatteva da ogni parte: una di quelle malnate seppie era uscita dal tubo e gli era saltata in faccia.
Era impossibile sparargli: avrebbe colpito Mungle sicuramente.
Grepo era al suo fianco: esitò per un secondo e poi si gettò in avanti e sferrò un pugno alla creatura.
L’alieno esplose in una palla di gas verdastro e Mungle riprese a respirare.
“Grazie, Marcus”, gli disse dopo qualche secondo.
“Guarda che io tifavo per lui”, gli rispose quello, “Volevo colpire te.”, poi si guardò il pugno. “E’ stato come colpire un palloncino.”
Intorno a loro altri tubi si stavano aprendo.
McKenzie si guardò intorno. “Non so voi, ma io non voglio rimanere qui per scoprire se queste creature sono ostili o no.”
Tutti annuirono, e si precipitarono sui loro passi fuori dal laboratorio: giunti nell’altra stanza individuarono la porta che avevano attraversato prima, identificata dai colpi di fucile sparati accanto.
McKenzie diede un’occhiata dietro e si accorse che le seppie stavano sciamando fuori dal laboratorio.
Quando si voltò nuovamente avanti andò quasi a sbattere nella porta davanti a lui, che non si era aperta: la sua improvvisa frenata sorprese il resto della sua squadra che lo spinse contro la porta.
Guardò i led sulla porta: le luci che prima erano verdi adesso erano rosse.
“Che problema c’è, ora?”, gridò Panchenko.
“E’ chiusa!”, gli replicò, “Forse è una qualche sorta di contenimento!”
“m**da!”
Wagner si girò e sparò una raffica verso lo sciame in arrivo, per poi interrompersi subito, col caricatore vuoto.
Mungle si mise al suo fianco per coprire i compagni, seguito da DeMayo. “Ma non hai ricaricato prima?”
Wagner scuotè la testa. “No, mi sono dimenticato.”
McKenzie notò che dall’altra parte della stanza c’era un’altra porta, con le luci verdi, e la indicò. “Verso quella porta! Penso sia aperta!”
“Scherzi?”, urlò Grepo sopra il suono delle armi. “Ci perderemo-“
“L’alternativa è stare qui ed ucciderli tutti-“
In quel momento un ruggito identico a quelli che avevano sentito fuori si fece strada nelle loro orecchie, e la mostruosa creatura che si trovava nel cilindro più grande comparì fuori dalla porta, camminando sopra il fiume di seppie.
“-e non penso proprio che sia possibile!”, McKenzie finì la frase voltandosi verso l’essere.
“Oh m**da, via!”, strillò Wagner.
McKenzie si lasciò cadere una granata dietro mentre si spostavano verso l’altra porta, e quando esplose l’avevano già oltrepassata. “Adesso non vi fa più tanto schifo la mia idea di andare sempre dritti, eh?”
“Tappati quella fogna”, ansimò Grepo di fianco a lui.
Superarono ogni stanza che trovarono passandro attraverso alla prima porta con i led verdi che vedevano: non c’era tempo per pensare, dovevano mettere più distanza possibile fra loro e quei mostri.
Quando furono abbastanza sicuri di averli seminati (cioè quando smisero di sentire i loro immondi versi) decisero di fermarsi per riorganizzarsi.
Avevano appena superato uno stanzone con sei porte, due sui due lati paralleli ed una sugli altri due lati; in mezzo alla stanza c’erano due specie di trapezi con un lastrone di vetro al centro: sotto il vetro c’era un baratro di cui non si vedeva la fine.
Agli angoli della stanza c’erano varie colonne.
“Direi di chiudere questa porta, ora che li abbiamo seminati”, propose Panchenko.
Tutti annuirono, e DeMayo si affrettò a tirare fuori una piccola tastiera dallo zaino, che a prima vista poteva sembrare niente più di una antiquata calcolatrice, ma che in realtà poteva stabilizzare o destabilizzare i meccanismi di una porta tramite impulsi elettrici per sbloccarla o bloccarla.
McKenzie non era molto sicuro che quell’attrezzo, detto “Spoofer”, potesse bloccare una porta del genere, che non era sicuramente umana e forse nemmeno Covenant.
Rimase sorpreso quando i led della porta passarono dal verde al rosso, segnalando che era bloccata.
DeMayo colpì la porta con due pugni leggeri. “Da qui non ci passa più niente.”
McKenzie si sentì sollevato. “Non penso proprio che nessuno la riaprirà mai”, scherzò.
“Non abbiamo ancora risolto il dilemma di come usciremo di qui”, fece notare Mungle.
McKenzie si accigliò: il suo sollievo svanì subito. “Dovevi proprio ricordarmelo?”
C’erano due rampe che salivano verso l’alto oltre la porta: decisero di prendere quella di destra, ma poi ad ogni modo scoprirono che entrambe portavano alla stessa sala.
“In qualche modo dovremo segnare le porte da cui siamo passati”, osservò Panchenko, “per ritornare sui nostri passi nel caso in cui finissimo in un vicolo cieco.”
Wagner alzò il suo MA5B, e Panchenko annuì. “Ma stavolta ricordati di ricaricare, dopo.”
L’altro mugugnò qualcosa mentre si voltava e sparava accanto alla porta che avrebbero oltrepassato di lì a poco.
Usarono questa tecnica e superarono parecchie porte e stanze identiche alle precedenti, con numerosi segni di combattimento: sangue, bruciature di plasma, ma pochi cadaveri.
Quando giunsero ad un ascensore uguale a quello che li aveva portati laggiù, Wagner aveva già usato due caricatori e ne aveva appena inserito un terzo, e stavano per esaurire le porte da oltrepassare.
“Questo non è l’ascensore che abbiamo preso all’andata”, affermò Panchenko, “Non c’è la pila di corpi data alle fiamme nella stanza.”
McKenzie era d’accordo, ma ormai voleva solamente uscire di lì: se non fosse stata la stessa uscita dalla quale erano entrati aveva poca importanza. “Che differenza fa? L’importante è andarcene di qui.”
Panchenko esitò un secondo ma poi annuì.
Salirono sulla piattaforma e Grepo fece un inchino di fonte a Mungle, indicando il pannello che controllava l’ascensore: Mungle capì e premette un tasto sul display, come aveva fatto all’andata.
McKenzie si sentì schiacciare mentre la piattaforma accelerava verso l’alto e si lasciò sfuggire un sorriso.
Sembrava che più su fosse tutto tranquillo, fortunatamente.
Finalmente raggiunsero la superficie: nel silenzio più assoluto scesero dalla piattaforma ed ispezionarono i dintorni.
L’area era simile alla zona dov’erano entrati: davanti all’ingresso della caverna artificiale c’era uno spiazzo ed oltre una palude.
“Bhè, siamo al punto di partenza.”, disse Grepo.
McKenzie avrebbe voluto ribattere, ma aveva ragione: andare giù nei meandri della struttura era servito solo a rischiare la pelle.
“Sono a corto di idee”, dichiarò Panchenko, ed abbassò la testa, prendendo a calci il terreno.
Rimasero lì almeno cinque minuti, finchè il silenzio fu rotto da Wagner, che indicò il cielo. “Cos’è quella cosa lassù?”
Grepo si fece al suo fianco. “io non vedo niente.”
Wagner allungò una mano verso DeMayo. “Passami il binocolo.”
Il marine lo estrasse dal suo zaino e glielo porse.
L’altro lo afferrò e se lo portò davanti agli occhi.
“E’ un pelican, e si sta dirigendo proprio qui”, dichiarò, poi fece una pausa. “Designazione Victor-933”, aggiunse, voltandosi per guardare gli altri.
McKenzie provò una gioia indescrivibile, ma si riscosse subito: se si fossero addentrati nella palude avrebbero incontrato quel nuovo terrificante nemico, e non sapeva chi l’avrebbe spuntata. “Dobbiamo avvertirli del pericolo, delle creature di questo posto!”
Il sorriso a trentadue denti di Wagner svanì, e si rimise ad osservarlo col binocolo. “Sta atterrando a non più di due chilometri da qui. Se ci muoviamo subito siamo ancora in tempo!”
McKenzie scoprì che correre in una palude non era affatto facile: ad ogni passo affondava nel terreno acquitrinoso e c’erano ovunque erbacce che lo rallentavano.
Avevano appena iniziato a dirigersi verso Victor-933 quando Panchenko fece segno di bloccarsi e nascondersi.
McKenzie trovò riparo dietro un albero e poi si sporse per guardare: sulla via fra loro ed il pelican li aspettava un’altra sorpresa.
Davanti a loro c’era una palla di metallo che fluttuava a mezz’aria e che emanava una luce blu da una specie di occhio: si poteva dire che praticamente l’intero essere fosse solo un occhio, e per quanto fosse incredibile, avrebbe giurato che stesse canticchiando.
“Cosa stiamo aspettando?”, mormorò Grepo, “Facciamolo fuori e muoviamoci!”
“Non sappiamo cosa sia”, replicò McKenzie, “per quanto ne sappiamo potrebbe anche sparare raggi laser da quell’occhio!”
Grepo alzò gli occhi al cielo. “Ma non dire cazzate, questo non è mica un film di fantascienza-”
“Attivatori!”, disse una voce metallica: McKenzie si voltò e scoprì che l’occhio stava fluttuando di fianco a Mungle e DeMayo.
Quest’ultimo diede un colpo con il gomito al compagno. “Penso che ce l’abbia con te.”
“Ma io di cognome faccio Mungle, non Attivatori!”, gli rispose l’altro.
Grepo si alzò in piedi e sparò una raffica verso l’occhio: i proiettili rimbalzarono sulla sua corazza senza scalfirla e si depositarono a terra.
Il robot si voltò verso Grepo; a McKenzie si gelò il sangue nelle vene: quello era il momento in cui lo vaporizzava col suo occhio laser.
“Stava forse cercando di accecarmi, attivatore?”, gli chiese, invece.
Grepo abbassò il fucile, confuso: per lui le negoziazioni si facevano con le pallottole, parlare andava oltre le sue capacità.
Dato che nessuno sembrava in grado di dire una parola, l’occhio decise di rompere il silenzio: “Arrivate giusto in tempo, attivatori: qualcuno ha liberato i Flood. Dobbiamo dirigerci immediatamente alla biblioteca, recuperare l’indice ed attivare questa installazione per evitare che l’infezione dilaghi.”
Attivatori? Flood? Biblioteca? Indice? Infezione? McKenzie si sentì colpire da queste parole come se fossero tutte dei proiettili, e non capì nulla del senso di quella frase.
“Ehi ehi ehi, rallenta.”, disse Panchenko, scuotendo la testa ed allungando una mano, “Non ho capito una parola. Sei una specie di IA?”
L’occhio lo guardò per un attimo. “Sono 343 Guilty Spark, guardiano dell’Installazione 04. Non siate sciocchi, i protocolli di contenimento non sono cambiati negli ultimi 100.000 anni. Li conoscete bene. Vogliate seguirmi, prego.”
DeMayo si voltò verso i compagni. “Non abbiamo tempo per questo. Dobbiamo raggiungere l’altra squadra-“, non potè finire la frase.
Furono tutti avvolti da un fascio di luce e McKenzie si sentì fare a pezzi da una forza invisibile.
Le cose su cui McKenzie aveva posato gli occhi lo lasciavano perplesso: finchè erano nell’altra stanza e c’erano solo quelle specie di seppie non era rimasto molto sconvolto, ma quest’essere più grande gli faceva risalire l’istinto primordiale di darsi alla fuga.
In fondo era una cosa che era abituato a fare, ma fortunatamente quella creatura era in una specie di sospensione, come ibernata, e non rappresentava una minaccia.
Ancora più avanti c’era una terza stanza piena zeppa di cilindri piccoli contenenti gli esseri a forma di seppia.
Diede solo un’occhiata all’interno per poi ritirarsi subito: niente di nuovo lì.
Si rivolse ai suoi compagni: “Non ci capisco niente. Cos’è questa roba?”
“Cavie da laboratorio”, rispose Panchenko, “o esperimenti di qualche tipo. Pensate che ci siano i Covenant dietro questo?”
“Sono stati attaccati anche loro, quindi non credo.”, suggerì Wagner, “ma è sempre probabile che gli siano sfuggiti di mano.”
Panchenko fissava pensieroso un gruppo di cilindri vuoti. “Qualcosa è uscito di qui, e di recente”, fece una pausa per indicare la creatura più grande al centro della stanza, “sono quasi sicuro che i brontolìi che abbiamo sentito là fuori provenivano da esseri come questo.”
“Ma allora era uno solo”, fece notare Wagner, “Dei due tubi grandi qui solo uno è vuoto.”
“Allora avremmo potuto affrontarlo.”, s’inserì Grepo.
Panchenko alzò una mano per zittirli entrambi. “Non lo sappiamo. Magari ci sono altre strutture come questa.”
Non fece in tempo a finire la frase quando sentirono un tonfo nell’altra stanza: di là c’era Mungle, da solo.
Con uno scatto McKenzie raggiunse l’altra sala fucile alla mano, dove c’era il marine che si dimenava e sbatteva da ogni parte: una di quelle malnate seppie era uscita dal tubo e gli era saltata in faccia.
Era impossibile sparargli: avrebbe colpito Mungle sicuramente.
Grepo era al suo fianco: esitò per un secondo e poi si gettò in avanti e sferrò un pugno alla creatura.
L’alieno esplose in una palla di gas verdastro e Mungle riprese a respirare.
“Grazie, Marcus”, gli disse dopo qualche secondo.
“Guarda che io tifavo per lui”, gli rispose quello, “Volevo colpire te.”, poi si guardò il pugno. “E’ stato come colpire un palloncino.”
Intorno a loro altri tubi si stavano aprendo.
McKenzie si guardò intorno. “Non so voi, ma io non voglio rimanere qui per scoprire se queste creature sono ostili o no.”
Tutti annuirono, e si precipitarono sui loro passi fuori dal laboratorio: giunti nell’altra stanza individuarono la porta che avevano attraversato prima, identificata dai colpi di fucile sparati accanto.
McKenzie diede un’occhiata dietro e si accorse che le seppie stavano sciamando fuori dal laboratorio.
Quando si voltò nuovamente avanti andò quasi a sbattere nella porta davanti a lui, che non si era aperta: la sua improvvisa frenata sorprese il resto della sua squadra che lo spinse contro la porta.
Guardò i led sulla porta: le luci che prima erano verdi adesso erano rosse.
“Che problema c’è, ora?”, gridò Panchenko.
“E’ chiusa!”, gli replicò, “Forse è una qualche sorta di contenimento!”
“m**da!”
Wagner si girò e sparò una raffica verso lo sciame in arrivo, per poi interrompersi subito, col caricatore vuoto.
Mungle si mise al suo fianco per coprire i compagni, seguito da DeMayo. “Ma non hai ricaricato prima?”
Wagner scuotè la testa. “No, mi sono dimenticato.”
McKenzie notò che dall’altra parte della stanza c’era un’altra porta, con le luci verdi, e la indicò. “Verso quella porta! Penso sia aperta!”
“Scherzi?”, urlò Grepo sopra il suono delle armi. “Ci perderemo-“
“L’alternativa è stare qui ed ucciderli tutti-“
In quel momento un ruggito identico a quelli che avevano sentito fuori si fece strada nelle loro orecchie, e la mostruosa creatura che si trovava nel cilindro più grande comparì fuori dalla porta, camminando sopra il fiume di seppie.
“-e non penso proprio che sia possibile!”, McKenzie finì la frase voltandosi verso l’essere.
“Oh m**da, via!”, strillò Wagner.
McKenzie si lasciò cadere una granata dietro mentre si spostavano verso l’altra porta, e quando esplose l’avevano già oltrepassata. “Adesso non vi fa più tanto schifo la mia idea di andare sempre dritti, eh?”
“Tappati quella fogna”, ansimò Grepo di fianco a lui.
Superarono ogni stanza che trovarono passandro attraverso alla prima porta con i led verdi che vedevano: non c’era tempo per pensare, dovevano mettere più distanza possibile fra loro e quei mostri.
Quando furono abbastanza sicuri di averli seminati (cioè quando smisero di sentire i loro immondi versi) decisero di fermarsi per riorganizzarsi.
Avevano appena superato uno stanzone con sei porte, due sui due lati paralleli ed una sugli altri due lati; in mezzo alla stanza c’erano due specie di trapezi con un lastrone di vetro al centro: sotto il vetro c’era un baratro di cui non si vedeva la fine.
Agli angoli della stanza c’erano varie colonne.
“Direi di chiudere questa porta, ora che li abbiamo seminati”, propose Panchenko.
Tutti annuirono, e DeMayo si affrettò a tirare fuori una piccola tastiera dallo zaino, che a prima vista poteva sembrare niente più di una antiquata calcolatrice, ma che in realtà poteva stabilizzare o destabilizzare i meccanismi di una porta tramite impulsi elettrici per sbloccarla o bloccarla.
McKenzie non era molto sicuro che quell’attrezzo, detto “Spoofer”, potesse bloccare una porta del genere, che non era sicuramente umana e forse nemmeno Covenant.
Rimase sorpreso quando i led della porta passarono dal verde al rosso, segnalando che era bloccata.
DeMayo colpì la porta con due pugni leggeri. “Da qui non ci passa più niente.”
McKenzie si sentì sollevato. “Non penso proprio che nessuno la riaprirà mai”, scherzò.
“Non abbiamo ancora risolto il dilemma di come usciremo di qui”, fece notare Mungle.
McKenzie si accigliò: il suo sollievo svanì subito. “Dovevi proprio ricordarmelo?”
C’erano due rampe che salivano verso l’alto oltre la porta: decisero di prendere quella di destra, ma poi ad ogni modo scoprirono che entrambe portavano alla stessa sala.
“In qualche modo dovremo segnare le porte da cui siamo passati”, osservò Panchenko, “per ritornare sui nostri passi nel caso in cui finissimo in un vicolo cieco.”
Wagner alzò il suo MA5B, e Panchenko annuì. “Ma stavolta ricordati di ricaricare, dopo.”
L’altro mugugnò qualcosa mentre si voltava e sparava accanto alla porta che avrebbero oltrepassato di lì a poco.
Usarono questa tecnica e superarono parecchie porte e stanze identiche alle precedenti, con numerosi segni di combattimento: sangue, bruciature di plasma, ma pochi cadaveri.
Quando giunsero ad un ascensore uguale a quello che li aveva portati laggiù, Wagner aveva già usato due caricatori e ne aveva appena inserito un terzo, e stavano per esaurire le porte da oltrepassare.
“Questo non è l’ascensore che abbiamo preso all’andata”, affermò Panchenko, “Non c’è la pila di corpi data alle fiamme nella stanza.”
McKenzie era d’accordo, ma ormai voleva solamente uscire di lì: se non fosse stata la stessa uscita dalla quale erano entrati aveva poca importanza. “Che differenza fa? L’importante è andarcene di qui.”
Panchenko esitò un secondo ma poi annuì.
Salirono sulla piattaforma e Grepo fece un inchino di fonte a Mungle, indicando il pannello che controllava l’ascensore: Mungle capì e premette un tasto sul display, come aveva fatto all’andata.
McKenzie si sentì schiacciare mentre la piattaforma accelerava verso l’alto e si lasciò sfuggire un sorriso.
Sembrava che più su fosse tutto tranquillo, fortunatamente.
Finalmente raggiunsero la superficie: nel silenzio più assoluto scesero dalla piattaforma ed ispezionarono i dintorni.
L’area era simile alla zona dov’erano entrati: davanti all’ingresso della caverna artificiale c’era uno spiazzo ed oltre una palude.
“Bhè, siamo al punto di partenza.”, disse Grepo.
McKenzie avrebbe voluto ribattere, ma aveva ragione: andare giù nei meandri della struttura era servito solo a rischiare la pelle.
“Sono a corto di idee”, dichiarò Panchenko, ed abbassò la testa, prendendo a calci il terreno.
Rimasero lì almeno cinque minuti, finchè il silenzio fu rotto da Wagner, che indicò il cielo. “Cos’è quella cosa lassù?”
Grepo si fece al suo fianco. “io non vedo niente.”
Wagner allungò una mano verso DeMayo. “Passami il binocolo.”
Il marine lo estrasse dal suo zaino e glielo porse.
L’altro lo afferrò e se lo portò davanti agli occhi.
“E’ un pelican, e si sta dirigendo proprio qui”, dichiarò, poi fece una pausa. “Designazione Victor-933”, aggiunse, voltandosi per guardare gli altri.
McKenzie provò una gioia indescrivibile, ma si riscosse subito: se si fossero addentrati nella palude avrebbero incontrato quel nuovo terrificante nemico, e non sapeva chi l’avrebbe spuntata. “Dobbiamo avvertirli del pericolo, delle creature di questo posto!”
Il sorriso a trentadue denti di Wagner svanì, e si rimise ad osservarlo col binocolo. “Sta atterrando a non più di due chilometri da qui. Se ci muoviamo subito siamo ancora in tempo!”
McKenzie scoprì che correre in una palude non era affatto facile: ad ogni passo affondava nel terreno acquitrinoso e c’erano ovunque erbacce che lo rallentavano.
Avevano appena iniziato a dirigersi verso Victor-933 quando Panchenko fece segno di bloccarsi e nascondersi.
McKenzie trovò riparo dietro un albero e poi si sporse per guardare: sulla via fra loro ed il pelican li aspettava un’altra sorpresa.
Davanti a loro c’era una palla di metallo che fluttuava a mezz’aria e che emanava una luce blu da una specie di occhio: si poteva dire che praticamente l’intero essere fosse solo un occhio, e per quanto fosse incredibile, avrebbe giurato che stesse canticchiando.
“Cosa stiamo aspettando?”, mormorò Grepo, “Facciamolo fuori e muoviamoci!”
“Non sappiamo cosa sia”, replicò McKenzie, “per quanto ne sappiamo potrebbe anche sparare raggi laser da quell’occhio!”
Grepo alzò gli occhi al cielo. “Ma non dire cazzate, questo non è mica un film di fantascienza-”
“Attivatori!”, disse una voce metallica: McKenzie si voltò e scoprì che l’occhio stava fluttuando di fianco a Mungle e DeMayo.
Quest’ultimo diede un colpo con il gomito al compagno. “Penso che ce l’abbia con te.”
“Ma io di cognome faccio Mungle, non Attivatori!”, gli rispose l’altro.
Grepo si alzò in piedi e sparò una raffica verso l’occhio: i proiettili rimbalzarono sulla sua corazza senza scalfirla e si depositarono a terra.
Il robot si voltò verso Grepo; a McKenzie si gelò il sangue nelle vene: quello era il momento in cui lo vaporizzava col suo occhio laser.
“Stava forse cercando di accecarmi, attivatore?”, gli chiese, invece.
Grepo abbassò il fucile, confuso: per lui le negoziazioni si facevano con le pallottole, parlare andava oltre le sue capacità.
Dato che nessuno sembrava in grado di dire una parola, l’occhio decise di rompere il silenzio: “Arrivate giusto in tempo, attivatori: qualcuno ha liberato i Flood. Dobbiamo dirigerci immediatamente alla biblioteca, recuperare l’indice ed attivare questa installazione per evitare che l’infezione dilaghi.”
Attivatori? Flood? Biblioteca? Indice? Infezione? McKenzie si sentì colpire da queste parole come se fossero tutte dei proiettili, e non capì nulla del senso di quella frase.
“Ehi ehi ehi, rallenta.”, disse Panchenko, scuotendo la testa ed allungando una mano, “Non ho capito una parola. Sei una specie di IA?”
L’occhio lo guardò per un attimo. “Sono 343 Guilty Spark, guardiano dell’Installazione 04. Non siate sciocchi, i protocolli di contenimento non sono cambiati negli ultimi 100.000 anni. Li conoscete bene. Vogliate seguirmi, prego.”
DeMayo si voltò verso i compagni. “Non abbiamo tempo per questo. Dobbiamo raggiungere l’altra squadra-“, non potè finire la frase.
Furono tutti avvolti da un fascio di luce e McKenzie si sentì fare a pezzi da una forza invisibile.
VIII
Spoiler
Wagner si sentì ricomporre cellula per cellula in un istante, e fu assalito da un senso di disorientamento totale: erano stati attaccati? Cosa gli aveva fatto quella palla volante? Come se non bastasse, si sentiva come se gli avessero dato una martellata sullo stomaco.
Alzò il fucile di riflesso nonostante ancora gli girasse la testa, fece un passo indietro, inciampò su qualcosa e cadde a pancia all’aria: rimase sdraiato per qualche secondo per riprendere le forze, guardandosi intorno.
Scoprì così che era incespicato su McKenzie che si trovava a terra a quattro zampe e tanto per cambiare stava vomitando: in effetti, oggi non l’aveva ancora fatto.
Riflettè per un attimo; McKenzie vomitava solo dopo turbolenti viaggi o brusche manovre di veicoli o velivoli, quindi una cosa era certa: in qualche modo avevano cambiato posizione, erano stati trasportati.
Teletrasportati.
DeMayo era sopra di lui e gli stava tendendo una mano: l’afferrò e si rialzò.
Vide che Panchenko e Grepo stavano inveendo contro il robot a forma di occhio, mentre Mungle era appoggiato ad una parete e si stava ancora riprendendo dallo stordimento.
Si sforzò di fare qualche passo per avvicinarsi agli altri e cercare di capire qualcosa di cosa stesse succedendo: fece in tempo solo a vedere la sfera allontanarsi ridacchiando.
Poggiò una mano sulla spalla di Panchenko. “Cosa vi ha detto?”
“Non ne sono sicuro”, gli rispose quello, “Ha mormorato qualcosa sul fatto che le nostre corazze non sono adatte al combattimento ed al teletrasporto ed ha detto di seguirlo per recuperare l’indice.”
“Che non sappiamo nemmeno cosa sia”, aggiunse Grepo, ”nè che forma abbia nè a cosa serva.”
Wagner allargò le braccia cercando con gli occhi il robot. “Seguirlo? E’ già sparito! Non ci ha nemmeno aspettati!”
Mungle li raggiunse. “Io dico di andarcene.”
Wagner valutò quel’opzione: si trovavano in una stanza enorme con un soffitto altissimo, probabilmente una quindicina di metri, che si allungava nella direzione dove era sparita la sfera fluttuante.
Al centro della stanza c’erano dei grossi parallelepipedi alti poco più di loro, ed alla sua sinistra c’erano dei buchi nella parete che somigliavano a dei condotti.
Sarebbe stata una buona idea addentrarsi lì dentro? Non poteva sapere dove conducevano; a dire il vero, non sapeva nemmeno dove si trovasse quella struttura.
Magari si trovava sottoterra, magari non erano nemmeno più sull’anello: poteva anche essere un’astronave nello spazio aperto, per quel che ne sapevano.
Mentre osservava il condotto notò che qualcosa si stava muovendo al suo interno: non distingueva bene i contorni, ma era sicuro di aver già visto quegli esseri.
Erano le stesse creature dalle quali erano fuggiti nella struttura appena quindici minuti prima, e stavolta non c’erano posti dove scappare.
“Occhio!”, gridò indicando il condotto, “quei cosi sono anche qui!”, ed alzò il fucile.
Ci fu un coro di imprecazioni mentre sparava la prima raffica: sperò che non ci fossero anche le creature più grandi.
Grepo innescò una granata e la lanciò nel condotto: rimbalzò al suo interno e detonò.
L’esplosione uccise quei piccoli bastardi e fece volare due esseri più grandi fuori dal condotto: non erano come quello che avevano visto nel laboratorio, ma lo fecero rabbrividire lo stesso.
Avevano un paio di gambe tozze e corte, ed oltre il bacino erano composti solo da una massa indistinta pulsante.
L’intera squadra seguì con lo sguardo quelle due cose mentre venivano proiettate dalla violenza delle granate ed andavano a schiantarsi contro uno dei grossi cubi al centro della stanza: entrambe esplosero come dei palloncini in una nuvola di fumo e lasciorono cadere a terra altri esseri a forma di seppia, mentre dall’altra parte della stanza il condotto continuava a vomitare quei piccoli esseri.
Wagner prese la mira ed iniziò ad abbatterli con brevi raffiche mirate; davanti a lui, McKenzie sparò mezzo caricatore in automatico e quasi gli uscì la spalla.
Al suo fianco Grepo sembrava divertirsi: incurante del pericolo eliminò una creatura con un violento calcio.
Finchè arrivavano da una sola direzione senza supporto di esseri più grandi, non erano difficili da uccidere.
Con la stessa rapidità con la quale era iniziata l’ondata di creature cessò.
Quando fu tutto finito si accorse che il contatore delle munizioni del suo MA5B segnava 00: era così preso dalla battaglia e dal rumore che non si era nemmeno accorto che non stava più sparando; lasciò cadere a terra il caricatore e allungò una mano per estrarne un altro, ma non lo trovò.
Avrebbe dovuto immaginarlo: aveva sprecato tre caricatori in quella struttura sotterranea, ed ora che ne aveva bisogno era senza.
Anche McKenzie aveva finito le munizioni: non si portava mai dietro più di un caricatore di riserva perchè secondo la sua filosofia, “se devo sparare così tanto allora faccio prima a spararmi un colpo in testa”.
Si fece prestare un caricatore da DeMayo e lo inserì con un clic.
Panchenko indicò il condotto dal quale erano uscite quelle creature. “Probabilmente quel condotto conduce all’esterno, se da lì sono arrivati quegli esseri.”
“Scherzi, Stefan? Andiamo in bocca a quei mostri?”, si lamentò McKenzie.
Anche Mungle pareva contrariato. “Già, non mi pare una buona idea. Non siamo nemmeno sicuri che quel condotto ci porti fuori. Magari quelle creature sono sempre state qui dentro.”
Wagner, invece, era d’accordo con Panchenko. “L’alternativa è seguire quella palla, Mighty Stark o come si chiama, e questo posto potrebbe brulicare di quelle cose.”
McKenzie sbuffò, sconfitto. “Va bene, ma state voi davanti. Io ho finito di sparare per oggi.”
DeMayo indicò con il pollice la direzione verso cui era sparito il robot. “Non avvertiamo che ce ne andiamo?”
Tutti lo fissarono per un secondo, e poi distolsero lo sguardo.
“Ho capito”, proseguì, “ce ne andiamo di soppiatto.”
Fecero una scaletta per salire su di uno dei cubi al centro dello stanzone e da lì riuscirono a saltare dentro il condotto: sembrava che fosse dritto ma in realtà subito dopo l’entrava saliva in verticale e dovettero di nuovo aiutarsi a vicenda per superarlo.
Era di sicuro più grande di un tipico condotto di areazione, e non fecero molta fatica ad attraversarlo, se non fosse che McKenzie continuava a lagnarsi dicendo che ci mancava solo che entrassero in un condotto per completare le analogie con un classico film horror: c’era un laboratorio, c’erano dei mostri, e perchè no, magari c’era anche uno scienziato pazzo che ancora non avevano incontrato.
Quando Grepo gli rispondeva che in quei film ce ne andava sempre uno solo nei condotti mentre loro erano in sei, lui replicava che non aveva importanza perchè questo non era un film ma era la realtà.
In questo momento stavano discutendo se tutto questo fosse reale o fosse un nuovo sistema di addestramento nei sogni integrato nel tubo criogenico.
Wagner aveva perso la cognizione del tempo all’interno di quei condotti: da quanto tempo si stavano muovendo al loro interno? Almeno era abbastanza sicuro che la direzione fosse giusta perchè sentiva un leggero spostamento d’aria verso l’esterno, ed orientarsi lì dentro era come orientarsi nelle grotte di Chi Rho quando era bambino; anche l’aria si faceva meno pesante man mano che procedevano.
Finalmente iniziò a vedere una leggera luce, ed allungò il passo.
Raggiunse l’esterno e scoprì che stava facendo buio.
Alzò lo sguardo per dare un’occhiata alla struttura dietro di sè: sembrava una colossale piramide con delle enormi braccia che si allungavano verso la sua cima, la quale era forata ed emanava una forte luce; ovunque fluttuavano degli apparecchi dalla forma indistinguibile da quella distanza.
Guardò verso il basso: fortunatamente non erano molto distanti dal terreno.
Scivolò giù per la parete ed atterrò una decina di metri più sotto: poi sentì altri 5 rumori di stivali che impattavano col terreno.
Anche i suoi compagni si voltarono ad ammirare il colossale complesso.
Panchenko sospirò. “Peccato, sarebbe stato interessante scoprire di più su questa struttura”, poi disegnò dei cerchi in aria con un dito, “Vabbè, diamo un’occhiata nei dintorni.”
Era impossibile esplorare l’intero perimetro della struttura, soprattutto non con le poche forze che gli rimanevano e le lamentele di McKenzie: ne avevano visitato meno di un ventesimo quando si imbatterono in qualcosa di interessante.
Davanti a loro si trovava un campo di battaglia: c’erano Ghost distrutti e corpi martoriati di Elite, Jackal e Grunt ovunque.
I corpi erano bruciati nei punti dove erano stati colpiti, ma non sembravano bruciature di plasma, sembrava più un qualche raggio laser.
Dal modo in cui i veicoli erano disposti sembra che si stessero muovendo verso la struttura, o meglio, che la stessero attaccando.
Wagner diede un’occhiata ad ogni Ghost presente nell’area. “Niente di utilizzabile qui, sono tutti andati.”
Grepo alzò le spalle. “Anche se fossero stati funzionanti, come facevamo ad entrarci in sei?”
Mungle lo colpì sul casco con il dorso della mano. “Lasciavamo te qui.”
“Attivatori!”, disse una voce robotica familiare.
Panchenko si voltò. “Oh m**da, ancora lui!”
“Io l’avevo detto di dirgli che ce ne andavamo”, puntualizzò DeMayo.
Tutti alzarono il fucile, anche se sapevano bene che le munizioni di quel calibro non avevano effetto su di lui.
Adesso sì che doveva essere incazzato: Wagner lo sarebbe stato se fosse al suo posto; sperò solo che qualsiasi arma avesse lo polverizzasse all’istante senza farlo soffrire troppo.
Fu sorpreso quando invece l’occhio fluttuante si mise a canticchiare e si avvicinò a loro. “Avreste potuto dirmelo che non volevate accompagnarmi a prendere l’indice.”
Wagner si sporse verso il robot. “Aspetta un secondo, potevamo rifiutarci?”
“Certamente, attivatore. Non è un obbligo. Troverò altri attivatori più...adatti. Sembra che ne sia arrivata una nave intera di recente.”
“Perchè non ci hai detto che potevamo rifiutarci?”, gli chiese Grepo, per poi aggiungere: “E non dire ‘Perchè nessuno l’ha chies-“
“Perchè nessuno me l’ha chiesto, attivatore. E comunque, conoscete tutti il protocollo.”
Grepo imprecò sottovoce.
“Puoi trasportarci alla nostra base?”, domandò McKenzie, “Laggiù ci sono un sacco di...attivatori, come li chiami tu.”
“Lo farei volentieri, ma non so dove si trovi questa base di cui parli, ed inoltre non siete in grado di sopportare un altro teletrasporto. Il primo vi ha debilitato più di quanto pensassi, probabilmente per colpa della vostra armatura inadeguata e della vostra massa corporea poco sviluppata.”
Grepo si rivolse a McKenzie. “Cos’ha detto della mia massa corporea?”
McKenzie alzò le spalle.
Intanto, la sfera stava continuando a parlare. “Vi suggerisco di riposarvi, poi potrò teletrasportarvi dove vorrete.”
“Ah, io non me lo faccio ripetere due volte.”, annunciò Mckenzie mentre si allontanava: si mise sul sedile di uno dei Ghost meno danneggiati e si abbassò il casco sopra gli occhi con le braccia incrociate.
“Ora vogliate scusarmi, ma il tempo stringe. Devo cercare altri attivatori.”, e con questa frase il robot si congedò fluttuando via: “Sono un genio”, aggiunse allontanandosi.
“Aspetta, e noi dove andiamo?”, gridò Panchenko, ma l’occhio lo ignorò.
Mungle scuotè la testa. “Riposarci. Dove? I Covenant potrebbero tornare da un momento all’altro, e sarebbero i benvenuti, in confronto alle altre creature.”
Wagner ripensò alla strada che avevano fatto e si ricordò di una grotta che avevano visto esplorando il perimetro della struttura.
La propose agli altri come rifugio per riposarsi e tutti furono d’accordo: sevgliarono McKenzie che intanto si era già appisolato e si mossero.
L’adrenalina li stava abbandonando e iniziavano a sentirsi veramente a pezzi; una volta nella grotta trangugiarono una razione a testa e Grepo, Mungle e McKenzie si addormentarono di colpo subito dopo.
Panchenko scuotè la testa. “Proprio un attimo prima che parlassi dei turni di guardia”, poi si voltò verso DeMayo e Wagner. “Simon? Mark? Chi vuole avere l’onore di iniziare?”
DeMayo annuì. “Lo faccio io il primo.”
Panchenko si sdraiò. “Grazie, Simon. In cambio, ti lascio scegliere chi farà il secondo turno.”
L’altro sorrise. “Di quanto li facciamo i turni?”
“Facciamo un’ora. Poi fra sei ore si vedrà, ora sono troppo stanco.”
Wagner si sdraiò e chiuse gli occhi.
Wagner si sentì ricomporre cellula per cellula in un istante, e fu assalito da un senso di disorientamento totale: erano stati attaccati? Cosa gli aveva fatto quella palla volante? Come se non bastasse, si sentiva come se gli avessero dato una martellata sullo stomaco.
Alzò il fucile di riflesso nonostante ancora gli girasse la testa, fece un passo indietro, inciampò su qualcosa e cadde a pancia all’aria: rimase sdraiato per qualche secondo per riprendere le forze, guardandosi intorno.
Scoprì così che era incespicato su McKenzie che si trovava a terra a quattro zampe e tanto per cambiare stava vomitando: in effetti, oggi non l’aveva ancora fatto.
Riflettè per un attimo; McKenzie vomitava solo dopo turbolenti viaggi o brusche manovre di veicoli o velivoli, quindi una cosa era certa: in qualche modo avevano cambiato posizione, erano stati trasportati.
Teletrasportati.
DeMayo era sopra di lui e gli stava tendendo una mano: l’afferrò e si rialzò.
Vide che Panchenko e Grepo stavano inveendo contro il robot a forma di occhio, mentre Mungle era appoggiato ad una parete e si stava ancora riprendendo dallo stordimento.
Si sforzò di fare qualche passo per avvicinarsi agli altri e cercare di capire qualcosa di cosa stesse succedendo: fece in tempo solo a vedere la sfera allontanarsi ridacchiando.
Poggiò una mano sulla spalla di Panchenko. “Cosa vi ha detto?”
“Non ne sono sicuro”, gli rispose quello, “Ha mormorato qualcosa sul fatto che le nostre corazze non sono adatte al combattimento ed al teletrasporto ed ha detto di seguirlo per recuperare l’indice.”
“Che non sappiamo nemmeno cosa sia”, aggiunse Grepo, ”nè che forma abbia nè a cosa serva.”
Wagner allargò le braccia cercando con gli occhi il robot. “Seguirlo? E’ già sparito! Non ci ha nemmeno aspettati!”
Mungle li raggiunse. “Io dico di andarcene.”
Wagner valutò quel’opzione: si trovavano in una stanza enorme con un soffitto altissimo, probabilmente una quindicina di metri, che si allungava nella direzione dove era sparita la sfera fluttuante.
Al centro della stanza c’erano dei grossi parallelepipedi alti poco più di loro, ed alla sua sinistra c’erano dei buchi nella parete che somigliavano a dei condotti.
Sarebbe stata una buona idea addentrarsi lì dentro? Non poteva sapere dove conducevano; a dire il vero, non sapeva nemmeno dove si trovasse quella struttura.
Magari si trovava sottoterra, magari non erano nemmeno più sull’anello: poteva anche essere un’astronave nello spazio aperto, per quel che ne sapevano.
Mentre osservava il condotto notò che qualcosa si stava muovendo al suo interno: non distingueva bene i contorni, ma era sicuro di aver già visto quegli esseri.
Erano le stesse creature dalle quali erano fuggiti nella struttura appena quindici minuti prima, e stavolta non c’erano posti dove scappare.
“Occhio!”, gridò indicando il condotto, “quei cosi sono anche qui!”, ed alzò il fucile.
Ci fu un coro di imprecazioni mentre sparava la prima raffica: sperò che non ci fossero anche le creature più grandi.
Grepo innescò una granata e la lanciò nel condotto: rimbalzò al suo interno e detonò.
L’esplosione uccise quei piccoli bastardi e fece volare due esseri più grandi fuori dal condotto: non erano come quello che avevano visto nel laboratorio, ma lo fecero rabbrividire lo stesso.
Avevano un paio di gambe tozze e corte, ed oltre il bacino erano composti solo da una massa indistinta pulsante.
L’intera squadra seguì con lo sguardo quelle due cose mentre venivano proiettate dalla violenza delle granate ed andavano a schiantarsi contro uno dei grossi cubi al centro della stanza: entrambe esplosero come dei palloncini in una nuvola di fumo e lasciorono cadere a terra altri esseri a forma di seppia, mentre dall’altra parte della stanza il condotto continuava a vomitare quei piccoli esseri.
Wagner prese la mira ed iniziò ad abbatterli con brevi raffiche mirate; davanti a lui, McKenzie sparò mezzo caricatore in automatico e quasi gli uscì la spalla.
Al suo fianco Grepo sembrava divertirsi: incurante del pericolo eliminò una creatura con un violento calcio.
Finchè arrivavano da una sola direzione senza supporto di esseri più grandi, non erano difficili da uccidere.
Con la stessa rapidità con la quale era iniziata l’ondata di creature cessò.
Quando fu tutto finito si accorse che il contatore delle munizioni del suo MA5B segnava 00: era così preso dalla battaglia e dal rumore che non si era nemmeno accorto che non stava più sparando; lasciò cadere a terra il caricatore e allungò una mano per estrarne un altro, ma non lo trovò.
Avrebbe dovuto immaginarlo: aveva sprecato tre caricatori in quella struttura sotterranea, ed ora che ne aveva bisogno era senza.
Anche McKenzie aveva finito le munizioni: non si portava mai dietro più di un caricatore di riserva perchè secondo la sua filosofia, “se devo sparare così tanto allora faccio prima a spararmi un colpo in testa”.
Si fece prestare un caricatore da DeMayo e lo inserì con un clic.
Panchenko indicò il condotto dal quale erano uscite quelle creature. “Probabilmente quel condotto conduce all’esterno, se da lì sono arrivati quegli esseri.”
“Scherzi, Stefan? Andiamo in bocca a quei mostri?”, si lamentò McKenzie.
Anche Mungle pareva contrariato. “Già, non mi pare una buona idea. Non siamo nemmeno sicuri che quel condotto ci porti fuori. Magari quelle creature sono sempre state qui dentro.”
Wagner, invece, era d’accordo con Panchenko. “L’alternativa è seguire quella palla, Mighty Stark o come si chiama, e questo posto potrebbe brulicare di quelle cose.”
McKenzie sbuffò, sconfitto. “Va bene, ma state voi davanti. Io ho finito di sparare per oggi.”
DeMayo indicò con il pollice la direzione verso cui era sparito il robot. “Non avvertiamo che ce ne andiamo?”
Tutti lo fissarono per un secondo, e poi distolsero lo sguardo.
“Ho capito”, proseguì, “ce ne andiamo di soppiatto.”
Fecero una scaletta per salire su di uno dei cubi al centro dello stanzone e da lì riuscirono a saltare dentro il condotto: sembrava che fosse dritto ma in realtà subito dopo l’entrava saliva in verticale e dovettero di nuovo aiutarsi a vicenda per superarlo.
Era di sicuro più grande di un tipico condotto di areazione, e non fecero molta fatica ad attraversarlo, se non fosse che McKenzie continuava a lagnarsi dicendo che ci mancava solo che entrassero in un condotto per completare le analogie con un classico film horror: c’era un laboratorio, c’erano dei mostri, e perchè no, magari c’era anche uno scienziato pazzo che ancora non avevano incontrato.
Quando Grepo gli rispondeva che in quei film ce ne andava sempre uno solo nei condotti mentre loro erano in sei, lui replicava che non aveva importanza perchè questo non era un film ma era la realtà.
In questo momento stavano discutendo se tutto questo fosse reale o fosse un nuovo sistema di addestramento nei sogni integrato nel tubo criogenico.
Wagner aveva perso la cognizione del tempo all’interno di quei condotti: da quanto tempo si stavano muovendo al loro interno? Almeno era abbastanza sicuro che la direzione fosse giusta perchè sentiva un leggero spostamento d’aria verso l’esterno, ed orientarsi lì dentro era come orientarsi nelle grotte di Chi Rho quando era bambino; anche l’aria si faceva meno pesante man mano che procedevano.
Finalmente iniziò a vedere una leggera luce, ed allungò il passo.
Raggiunse l’esterno e scoprì che stava facendo buio.
Alzò lo sguardo per dare un’occhiata alla struttura dietro di sè: sembrava una colossale piramide con delle enormi braccia che si allungavano verso la sua cima, la quale era forata ed emanava una forte luce; ovunque fluttuavano degli apparecchi dalla forma indistinguibile da quella distanza.
Guardò verso il basso: fortunatamente non erano molto distanti dal terreno.
Scivolò giù per la parete ed atterrò una decina di metri più sotto: poi sentì altri 5 rumori di stivali che impattavano col terreno.
Anche i suoi compagni si voltarono ad ammirare il colossale complesso.
Panchenko sospirò. “Peccato, sarebbe stato interessante scoprire di più su questa struttura”, poi disegnò dei cerchi in aria con un dito, “Vabbè, diamo un’occhiata nei dintorni.”
Era impossibile esplorare l’intero perimetro della struttura, soprattutto non con le poche forze che gli rimanevano e le lamentele di McKenzie: ne avevano visitato meno di un ventesimo quando si imbatterono in qualcosa di interessante.
Davanti a loro si trovava un campo di battaglia: c’erano Ghost distrutti e corpi martoriati di Elite, Jackal e Grunt ovunque.
I corpi erano bruciati nei punti dove erano stati colpiti, ma non sembravano bruciature di plasma, sembrava più un qualche raggio laser.
Dal modo in cui i veicoli erano disposti sembra che si stessero muovendo verso la struttura, o meglio, che la stessero attaccando.
Wagner diede un’occhiata ad ogni Ghost presente nell’area. “Niente di utilizzabile qui, sono tutti andati.”
Grepo alzò le spalle. “Anche se fossero stati funzionanti, come facevamo ad entrarci in sei?”
Mungle lo colpì sul casco con il dorso della mano. “Lasciavamo te qui.”
“Attivatori!”, disse una voce robotica familiare.
Panchenko si voltò. “Oh m**da, ancora lui!”
“Io l’avevo detto di dirgli che ce ne andavamo”, puntualizzò DeMayo.
Tutti alzarono il fucile, anche se sapevano bene che le munizioni di quel calibro non avevano effetto su di lui.
Adesso sì che doveva essere incazzato: Wagner lo sarebbe stato se fosse al suo posto; sperò solo che qualsiasi arma avesse lo polverizzasse all’istante senza farlo soffrire troppo.
Fu sorpreso quando invece l’occhio fluttuante si mise a canticchiare e si avvicinò a loro. “Avreste potuto dirmelo che non volevate accompagnarmi a prendere l’indice.”
Wagner si sporse verso il robot. “Aspetta un secondo, potevamo rifiutarci?”
“Certamente, attivatore. Non è un obbligo. Troverò altri attivatori più...adatti. Sembra che ne sia arrivata una nave intera di recente.”
“Perchè non ci hai detto che potevamo rifiutarci?”, gli chiese Grepo, per poi aggiungere: “E non dire ‘Perchè nessuno l’ha chies-“
“Perchè nessuno me l’ha chiesto, attivatore. E comunque, conoscete tutti il protocollo.”
Grepo imprecò sottovoce.
“Puoi trasportarci alla nostra base?”, domandò McKenzie, “Laggiù ci sono un sacco di...attivatori, come li chiami tu.”
“Lo farei volentieri, ma non so dove si trovi questa base di cui parli, ed inoltre non siete in grado di sopportare un altro teletrasporto. Il primo vi ha debilitato più di quanto pensassi, probabilmente per colpa della vostra armatura inadeguata e della vostra massa corporea poco sviluppata.”
Grepo si rivolse a McKenzie. “Cos’ha detto della mia massa corporea?”
McKenzie alzò le spalle.
Intanto, la sfera stava continuando a parlare. “Vi suggerisco di riposarvi, poi potrò teletrasportarvi dove vorrete.”
“Ah, io non me lo faccio ripetere due volte.”, annunciò Mckenzie mentre si allontanava: si mise sul sedile di uno dei Ghost meno danneggiati e si abbassò il casco sopra gli occhi con le braccia incrociate.
“Ora vogliate scusarmi, ma il tempo stringe. Devo cercare altri attivatori.”, e con questa frase il robot si congedò fluttuando via: “Sono un genio”, aggiunse allontanandosi.
“Aspetta, e noi dove andiamo?”, gridò Panchenko, ma l’occhio lo ignorò.
Mungle scuotè la testa. “Riposarci. Dove? I Covenant potrebbero tornare da un momento all’altro, e sarebbero i benvenuti, in confronto alle altre creature.”
Wagner ripensò alla strada che avevano fatto e si ricordò di una grotta che avevano visto esplorando il perimetro della struttura.
La propose agli altri come rifugio per riposarsi e tutti furono d’accordo: sevgliarono McKenzie che intanto si era già appisolato e si mossero.
L’adrenalina li stava abbandonando e iniziavano a sentirsi veramente a pezzi; una volta nella grotta trangugiarono una razione a testa e Grepo, Mungle e McKenzie si addormentarono di colpo subito dopo.
Panchenko scuotè la testa. “Proprio un attimo prima che parlassi dei turni di guardia”, poi si voltò verso DeMayo e Wagner. “Simon? Mark? Chi vuole avere l’onore di iniziare?”
DeMayo annuì. “Lo faccio io il primo.”
Panchenko si sdraiò. “Grazie, Simon. In cambio, ti lascio scegliere chi farà il secondo turno.”
L’altro sorrise. “Di quanto li facciamo i turni?”
“Facciamo un’ora. Poi fra sei ore si vedrà, ora sono troppo stanco.”
Wagner si sdraiò e chiuse gli occhi.
IX
Spoiler
Panchenko era sopra Grepo e lo stava scuotendo. “Svegliati Marcus, ora.”
Grepo si svegliò e cercò di dire qualcosa, ma l’altro si mise un dito davanti alla bocca per farlo rimanere in silenzio. “Parla piano.”
“Cosa succede?”, sussurrò Grepo, “Quanto abbiamo dormito?”
“Troppo. McKenzie si è addormentato durante il suo turno.”
Grepo voleva scuoiarlo con le sue mani, e si guardò intorno per trovarlo: non lo vide.
Vide solo DeMayo che si stava svegliando e Mungle incamminarsi fuori dalla grotta, in silenzio.
“E un’altra cosa: abbiamo compagnia.”, aggiunse Panchenko., “Qualcuno è arrivato a fare un sopralluogo nel campo di battaglia qui vicino. Wagner è stato svegliato dai rumori.”
“Di quanti nemici stiamo parlando?”
“Non ne siamo sicuri, stiamo andando a controllare.”
Lentamente Grepo si alzò e lasciò la grotta, insieme a Panchenko: gli altri quattro stavano osservando i nuovi arrivati da una distanza di sicurezza.
Salutò McKenzie con un ceffone sul casco. “cogl***e”, gli disse a bassa voce.
C’era un Elite in armatura nera, e probabilmente era arrivato con l’unico veicolo che non fosse un Ghost nei paraggi: un veicolo dalla forma allungata, con due sedili per i passeggeri ai lati ed una torretta al plasma montata dietro, su una piattaforma circolare. “Uno Spectre.”, mormorò Grepo.
“Sentite”, pronunciò Wagner, “Io non penso proprio che quell’occhio ritornerà. E’ passato troppo tempo. Io dico di prenderci quel veicolo finchè è qui.”
Panchenko annuì. “C’è un solo Elite. Possiamo farcela, ma dico di usare un approccio diverso. Dividiamoci in due squadre e attacchiamolo ai lati.”
McKenzie sembrava riluttante alla battaglia, come suo solito, ma stavolta non disse niente.
Mossa saggia, dato che dopo quello che aveva fatto non era in condizioni di dare ordini.
“Drew”, proseguì Panchenko indicando McKenzie e poi Mungle e Grepo, “Prenditi Vince e Marcus, ed andate di là.”
Poi indicò DeMayo e Wagner. “Io prendo Simon e Mark, e lo attacchiamo dall’altra parte.”
Aveva senso: l’Elite era da solo ed in campo aperto; preso da due parti non avrebbe avuto ripari ed avrebbero potuto stenderlo, ed ancora meglio, forse McKenzie sarebbe morto nello scontro.
In quel caso sarebbe stato un successo completo.
Quando presero posizione ai lati dello spiazzo dove si trovava l’Elite, scoprirono di aver commesso un grave errore di valutazione: non era da solo, ma erano in due.
Con un po’ di fatica individuò l’altra metà della squadra dall’altra parte, che sicuramente si era accorta che adesso la minaccia era raddoppiata.
Notò che Panchenko stava cercando di comunicare a gesti: creò un rombo con i pollici e gli indici, e poi allargò le due mani nel classico gesto “gli facciamo un culo così”.
Finalmente a quel ragazzo erano cresciute un po’ di palle, pensò Grepo; prese la mira e sparò una raffica all’Elite più vicino.
I due alieni lanciarono un grido e si voltarono per fronteggiare Grepo: quando anche l’altra metà della squadra iniziò a fare fuoco, uno dei due alieni si girò e sparò verso l’altra posizione.
L’Elite che Grepo aveva attaccato si era riparato dietro ad un Ghost distrutto, mentre l’altro avanzava verso la sottosquadra di Panchenko.
Avrebbero dovuto aiutarli, ma se avessero smesso di sparare al loro Elite probabilmente sarebbe saltato fuori dal suo riparo e in un secondo sarebbe stato su di loro.
Con la code dell’occhio vide l’altra squadra muoversi: se ne stavano andando di buona lena, con l’altro alieno all’inseguimento. “Ma che ca**o stanno facendo? Scappano?”, urlò.
Si voltò per parlare con McKenzie e Mungle per decidere il da farsi, e nel farlo scoprì che anche i suoi due compagni erano già più di cinque metri lontani da lui, correndo per riunirsi con gli altri.
Grepo imprecò e si unì ai compagni nella loro ignobile ritirata.
Quando si riunirono tutti e sei, avevano già seminato i due Elite: non erano bravi ad inseguire quanto lo erano loro a scappare.
Si fermarono per riordinare le idee.
“Ma che ca**o fai?”, inveì Panchenko verso Grepo, “Perchè gli hai sparato?”
Grepo non capì. “Ma sei tu che mi hai detto gli facciamo un culo così!”, e ripetè il gesto.
“No, io con quel gesto intendevo questi ci fanno un culo così!”
“Oh...”
Wagner alzò la testa oltre il loro nascondiglio. “Ci stanno dando ancora la caccia, e non possiamo affrontarli.”
“Ed io ho finito le mine”, aggiunse Mungle, “Ma ho ancora un razzo.”
“No, aspetta”, lo zittì Panchenko, “Ho un’idea: ecco cosa faremo...”
L’Elite di nome Eapi ‘Aubutee si muoveva nella foresta, pregustandosi la carneficina dei sei umani che avevano tentato di abbatterli in modo così disorganizzato: gli facevano quasi pena, ma il solo fatto che si trovassero nei pressi del complesso sacro lo mandava in bestia.
Il suo compagno di caccia era il suo vecchio amico Code ‘Lafulee, ed insieme avevano deciso che andare a caccia di umani sarebbe stato molto più divertente che effettuare una semplice ricognizione per scoprire che fine aveva fatto la squadra incaricata di perlustrare il complesso sacro per svelarne i segreti: avevano scoperto che avevano fallito ed erano tutti stati annientati; al comandante supremo ‘Vadamee non sarebbe piaciuta per niente la notizia, ma forse il massacro dei sei umani che probabilmente avevano profanato il complesso l’avrebbe tirato su di morale.
In distanza intravide i ridicoli caschi portati dagli eretici: li indicò al compagno, che annuì, e piano piano si avvicinarono ad essi.
I caschi non si mossero via via che si avvicinavano: bene, o non li avevano sentiti o erano bloccati dal terrore, quei codardi.
Quando fu abbastanza vicino fece un cenno a Code ed insieme balzarono dall’altra parte del loro riparo, un tronco caduto, con dei cespugli tutt’attorno.
Fece per prendere la mira ma rimase bloccato per ciò che si proponeva davanti ai suoi occhi: “Che razza di imbroglio è mai questo?”, esclamò.
Al posto dei sei eretici c’erano solo sei caschi, tenuti su da altrettanti rami conficcati nel terreno; su uno dei caschi c’era un foglietto attaccato con dei caratteri umani che recitavano: MARCUS F. GREPO, PROFESSIONE SPACCACULI.
“Ci hanno giocato”, ringhiò Code al suo fianco stringendo il pugno.
Eapi alzò lo sguardo al cielo, aprì le sue quattro mandibole e lanciò un grido di frustrazione.
Un grido disumano si levò in aria e fece rabbrividire Grepo. “mi sa che hanno scoperto il nostro trucchetto.”
Mungle e McKenzie avevano già preso posto ai lati dello Spectre, quando DeMayo disse: “Ehi, io sono stato attaccato alla torretta già quando abbiamo viaggiato con quel warthog-“
“Non c’è tempo”, gli disse Grepo spingendolo, e prese posizione alla torretta.
DeMayo e Panchenko sbuffarono e si aggrapparono ai lati della torretta.
“Ho un Deja vù”, commentò Grepo.
Wagner prese posto sul sedile del pilota, e la cabina si chiuse su di lui. “Oh, comodo. Ok, datemi un secondo per capire come funziona questo coso.”
“Stanno tornando!”, gridò McKenzie, “Marcus, sparagli!”
Grepo cercò di girare la torretta, ma non ci riuscì: il peso di DeMayo e Panchenko la bloccava. “Ci sto provando!”
Si sforzò visibilmente di muoverla, ma non ne voleva sapere. “Ma quante pesate voi due?”, inveì contro DeMayo e Panchenko.
Mungle tirò un pugno alla cabina del pilota. “Mark! Fai muovere questo coso!”
“Ecco!”, sbraitò Wagner, e lo Spectre accelerò di colpo, tanto che gli altri 5 per poco non persero la presa.
Il veicolo si allontanò a tutta velocità abbattendo un paio di alberi. “Scusate, non ho ancora imparato a girare a destra ed a sinistra”, si giustificò Wagner.
Sentirono nuovamente il ruggito dei due Elite: Grepo gli rivolse il dito medio.
“Bell’idea, Stefan”, si complimentò DeMayo con Panchenko.
“Già, bell’idea”, aggiunse Grepo, “Mi dispiace solo per il mio casco personalizzato.”
“Sai che personalizzazione”, lo schernì Panchenko, “Basta che trovi un altro foglietto e ce lo attacchi sopra.”
Quando furono a distanza di sicurezza si fermarono per decidere il da farsi: se avessero continuato a muoversi forse avrebbero potuto captare dei segnali a lungo raggio dell’UNSC.
Ci sarebbe voluta un’immensa fortuna, ma non avevano altra scelta; non avevano idea di dove fossero e tantomeno di dove si trovasse la base Alpha.
E così viaggiarono per quello strano mondo: Superarono un altopiano ed una pianura apparentemente senza fine, fermandosi spesso per sgranchirsi e soddisfare bisogni impellenti; una volta si fermarono anche per consumare una razione a testa.
Grepo avrebbe giurato che stessero viaggiando da una quindicina di ore, ma non poteva dire con precisione se fossero di più o di meno; quello che sentiva per sicuro era la stanchezza.
Aveva le braccia a pezzi: stare attaccato a quella torretta aliena per ore lo aveva distrutto.
Finalmente decisero di fermarsi per dormire.
Stava facendo buio, ma non potevano mai sapere con certezza quanto sarebbe durata la “notte”: a volte il sole veniva coperto dal gigante gassoso, altre volte dalla luna o dall’anello stesso.
Ad ogni modo, scesero dallo Spectre e si disposero in cerchio, consumando una razione a testa: DeMayo ne aveva ancora una bella scorta nello zaino.
McKenzie rifiutò la sua dicendo che “il viaggio gli aveva stuprato lo stomaco”.
Grepo si sentì in dovere di mangiare quella povera razione, rifiutata così brutalmente dal compagno: successivamente annunciò che aveva terminato il pasto con un sonoro rutto.
Era uno di quei momenti in cui erano riuniti e parlavano del più e del meno prima di dormire; era una loro tradizione, ma la sera prima l’avevano saltata perchè erano troppo stanchi.
Parlarono della nuova minaccia, di come avevano beffato quegli Elite, e raccontarono a DeMayo e Mungle di quella volta in cui si erano persi nelle foreste di Victoria mentre erano di pattuglia, l’anno prima, quando i due ancora non erano parte della squadra; Grepo aveva chiesto indicazioni per la base UNSC più vicina a due distinti signori che aveva incontrato, ed aveva notato solo dopo che sulle loro divise c’era il simbolo del pugno rosso degli Inni, con la scritta MORTE AI FASCISTI UNSC.
Mungle però sembrava non ascoltarli: stava lavorando a qualcosa con il suo lanciarazzi; Grepo detestava quando non lo stavano a sentire mentre parlava.
DeMayo gli parlò del suo pianeta natale, Minister, che incredibilmente era ancora intatto: era l’unico ad avere ancora una casa.
Grepo ripensò a Sargasso, la sua casa, vetrificata nel 2546, due anni dopo il suo arruolamento.
DeMayo promise che se avessero vinto quella guerra li avrebbe ospitati tutti su Minister a casa sua.
Finalmente Mungle alzò lo sguardo da qualsiasi cosa stesse facendo, ed alzò al cielo quelo che sembrava essere un pene con un testicolo solo attaccato.
Da una più attenta analisi risultò esere un razzo con una granata attaccata con del nastro adesivo.
Un sorriso si dipinse sul suo volto. “Andiamo a vedere che esplosione fa.”, disse.
“Stai scherzando?”, lo rimproverò Wagner, “Quel razzo ci serve!”
Mungle riuscì ad incastrare il tutto all’interno di una canna del lanciarazzi.
McKenzie si avicinò a Mungle, ed insieme si allontanarono dal gruppo: Grepo decise di accodarsi a loro.
“Dove state andando?”, gli gridò dietro Panchenko, “Non vorrete davvero sprecarlo così?”
McKenzie si voltò. “E’ per la scienza!”, replicò.
“Già, per la scienza!”, gli fece eco Grepo.
Quando furono in uno spiazzo tranquillo, Mungle si alzò il lanciarazzi su una spalla. “Pronti?”
“Un piccolo volo per il razzo, un grande volo per l’umanità!”, rise McKenzie.
Mungle premette il grilletto: uno sbuffo di fumo uscì dal retro del lanciarazzi ma niente fu sparato fuori.
“Si è incastrato!”, sbraitò McKenzie, “Esploderà nella canna!”
Preso dal panico Mungle lanciò via il lanciarazzi e si gettò a terra.
Non successe niente.
Grepo guardò il lanciarazzi: se doveva esplodere l’avrebbe già fatto, ma non ne era sicuro. “Io lo lascerei lì.”
Mungle si voltò verso di lui ed annuì, e tutti e tre si incamminarono verso gli altri.
Quando li raggiunsero Panchenko li schernì. “Allora Tobias Shaw secondo, com’è andato l’esperimento?”
“Ho bisogno di granate più piccole.”, gli rispose Mungle.
Wagner sospirò, coricandosi. “E così se ne va il nostro ultimo razzo.”
Anche gli altri si sdraiarono.
“Turni di guardia?”, domandò McKenzie.
Per risposta Grepo gli tirò un pugno nelle costole.
Soddisfatto di aver completato anche quella giornata con una violenza su McKenzie, chiuse gli occhi e si addormentò subito.
Panchenko era sopra Grepo e lo stava scuotendo. “Svegliati Marcus, ora.”
Grepo si svegliò e cercò di dire qualcosa, ma l’altro si mise un dito davanti alla bocca per farlo rimanere in silenzio. “Parla piano.”
“Cosa succede?”, sussurrò Grepo, “Quanto abbiamo dormito?”
“Troppo. McKenzie si è addormentato durante il suo turno.”
Grepo voleva scuoiarlo con le sue mani, e si guardò intorno per trovarlo: non lo vide.
Vide solo DeMayo che si stava svegliando e Mungle incamminarsi fuori dalla grotta, in silenzio.
“E un’altra cosa: abbiamo compagnia.”, aggiunse Panchenko., “Qualcuno è arrivato a fare un sopralluogo nel campo di battaglia qui vicino. Wagner è stato svegliato dai rumori.”
“Di quanti nemici stiamo parlando?”
“Non ne siamo sicuri, stiamo andando a controllare.”
Lentamente Grepo si alzò e lasciò la grotta, insieme a Panchenko: gli altri quattro stavano osservando i nuovi arrivati da una distanza di sicurezza.
Salutò McKenzie con un ceffone sul casco. “cogl***e”, gli disse a bassa voce.
C’era un Elite in armatura nera, e probabilmente era arrivato con l’unico veicolo che non fosse un Ghost nei paraggi: un veicolo dalla forma allungata, con due sedili per i passeggeri ai lati ed una torretta al plasma montata dietro, su una piattaforma circolare. “Uno Spectre.”, mormorò Grepo.
“Sentite”, pronunciò Wagner, “Io non penso proprio che quell’occhio ritornerà. E’ passato troppo tempo. Io dico di prenderci quel veicolo finchè è qui.”
Panchenko annuì. “C’è un solo Elite. Possiamo farcela, ma dico di usare un approccio diverso. Dividiamoci in due squadre e attacchiamolo ai lati.”
McKenzie sembrava riluttante alla battaglia, come suo solito, ma stavolta non disse niente.
Mossa saggia, dato che dopo quello che aveva fatto non era in condizioni di dare ordini.
“Drew”, proseguì Panchenko indicando McKenzie e poi Mungle e Grepo, “Prenditi Vince e Marcus, ed andate di là.”
Poi indicò DeMayo e Wagner. “Io prendo Simon e Mark, e lo attacchiamo dall’altra parte.”
Aveva senso: l’Elite era da solo ed in campo aperto; preso da due parti non avrebbe avuto ripari ed avrebbero potuto stenderlo, ed ancora meglio, forse McKenzie sarebbe morto nello scontro.
In quel caso sarebbe stato un successo completo.
Quando presero posizione ai lati dello spiazzo dove si trovava l’Elite, scoprirono di aver commesso un grave errore di valutazione: non era da solo, ma erano in due.
Con un po’ di fatica individuò l’altra metà della squadra dall’altra parte, che sicuramente si era accorta che adesso la minaccia era raddoppiata.
Notò che Panchenko stava cercando di comunicare a gesti: creò un rombo con i pollici e gli indici, e poi allargò le due mani nel classico gesto “gli facciamo un culo così”.
Finalmente a quel ragazzo erano cresciute un po’ di palle, pensò Grepo; prese la mira e sparò una raffica all’Elite più vicino.
I due alieni lanciarono un grido e si voltarono per fronteggiare Grepo: quando anche l’altra metà della squadra iniziò a fare fuoco, uno dei due alieni si girò e sparò verso l’altra posizione.
L’Elite che Grepo aveva attaccato si era riparato dietro ad un Ghost distrutto, mentre l’altro avanzava verso la sottosquadra di Panchenko.
Avrebbero dovuto aiutarli, ma se avessero smesso di sparare al loro Elite probabilmente sarebbe saltato fuori dal suo riparo e in un secondo sarebbe stato su di loro.
Con la code dell’occhio vide l’altra squadra muoversi: se ne stavano andando di buona lena, con l’altro alieno all’inseguimento. “Ma che ca**o stanno facendo? Scappano?”, urlò.
Si voltò per parlare con McKenzie e Mungle per decidere il da farsi, e nel farlo scoprì che anche i suoi due compagni erano già più di cinque metri lontani da lui, correndo per riunirsi con gli altri.
Grepo imprecò e si unì ai compagni nella loro ignobile ritirata.
Quando si riunirono tutti e sei, avevano già seminato i due Elite: non erano bravi ad inseguire quanto lo erano loro a scappare.
Si fermarono per riordinare le idee.
“Ma che ca**o fai?”, inveì Panchenko verso Grepo, “Perchè gli hai sparato?”
Grepo non capì. “Ma sei tu che mi hai detto gli facciamo un culo così!”, e ripetè il gesto.
“No, io con quel gesto intendevo questi ci fanno un culo così!”
“Oh...”
Wagner alzò la testa oltre il loro nascondiglio. “Ci stanno dando ancora la caccia, e non possiamo affrontarli.”
“Ed io ho finito le mine”, aggiunse Mungle, “Ma ho ancora un razzo.”
“No, aspetta”, lo zittì Panchenko, “Ho un’idea: ecco cosa faremo...”
L’Elite di nome Eapi ‘Aubutee si muoveva nella foresta, pregustandosi la carneficina dei sei umani che avevano tentato di abbatterli in modo così disorganizzato: gli facevano quasi pena, ma il solo fatto che si trovassero nei pressi del complesso sacro lo mandava in bestia.
Il suo compagno di caccia era il suo vecchio amico Code ‘Lafulee, ed insieme avevano deciso che andare a caccia di umani sarebbe stato molto più divertente che effettuare una semplice ricognizione per scoprire che fine aveva fatto la squadra incaricata di perlustrare il complesso sacro per svelarne i segreti: avevano scoperto che avevano fallito ed erano tutti stati annientati; al comandante supremo ‘Vadamee non sarebbe piaciuta per niente la notizia, ma forse il massacro dei sei umani che probabilmente avevano profanato il complesso l’avrebbe tirato su di morale.
In distanza intravide i ridicoli caschi portati dagli eretici: li indicò al compagno, che annuì, e piano piano si avvicinarono ad essi.
I caschi non si mossero via via che si avvicinavano: bene, o non li avevano sentiti o erano bloccati dal terrore, quei codardi.
Quando fu abbastanza vicino fece un cenno a Code ed insieme balzarono dall’altra parte del loro riparo, un tronco caduto, con dei cespugli tutt’attorno.
Fece per prendere la mira ma rimase bloccato per ciò che si proponeva davanti ai suoi occhi: “Che razza di imbroglio è mai questo?”, esclamò.
Al posto dei sei eretici c’erano solo sei caschi, tenuti su da altrettanti rami conficcati nel terreno; su uno dei caschi c’era un foglietto attaccato con dei caratteri umani che recitavano: MARCUS F. GREPO, PROFESSIONE SPACCACULI.
“Ci hanno giocato”, ringhiò Code al suo fianco stringendo il pugno.
Eapi alzò lo sguardo al cielo, aprì le sue quattro mandibole e lanciò un grido di frustrazione.
Un grido disumano si levò in aria e fece rabbrividire Grepo. “mi sa che hanno scoperto il nostro trucchetto.”
Mungle e McKenzie avevano già preso posto ai lati dello Spectre, quando DeMayo disse: “Ehi, io sono stato attaccato alla torretta già quando abbiamo viaggiato con quel warthog-“
“Non c’è tempo”, gli disse Grepo spingendolo, e prese posizione alla torretta.
DeMayo e Panchenko sbuffarono e si aggrapparono ai lati della torretta.
“Ho un Deja vù”, commentò Grepo.
Wagner prese posto sul sedile del pilota, e la cabina si chiuse su di lui. “Oh, comodo. Ok, datemi un secondo per capire come funziona questo coso.”
“Stanno tornando!”, gridò McKenzie, “Marcus, sparagli!”
Grepo cercò di girare la torretta, ma non ci riuscì: il peso di DeMayo e Panchenko la bloccava. “Ci sto provando!”
Si sforzò visibilmente di muoverla, ma non ne voleva sapere. “Ma quante pesate voi due?”, inveì contro DeMayo e Panchenko.
Mungle tirò un pugno alla cabina del pilota. “Mark! Fai muovere questo coso!”
“Ecco!”, sbraitò Wagner, e lo Spectre accelerò di colpo, tanto che gli altri 5 per poco non persero la presa.
Il veicolo si allontanò a tutta velocità abbattendo un paio di alberi. “Scusate, non ho ancora imparato a girare a destra ed a sinistra”, si giustificò Wagner.
Sentirono nuovamente il ruggito dei due Elite: Grepo gli rivolse il dito medio.
“Bell’idea, Stefan”, si complimentò DeMayo con Panchenko.
“Già, bell’idea”, aggiunse Grepo, “Mi dispiace solo per il mio casco personalizzato.”
“Sai che personalizzazione”, lo schernì Panchenko, “Basta che trovi un altro foglietto e ce lo attacchi sopra.”
Quando furono a distanza di sicurezza si fermarono per decidere il da farsi: se avessero continuato a muoversi forse avrebbero potuto captare dei segnali a lungo raggio dell’UNSC.
Ci sarebbe voluta un’immensa fortuna, ma non avevano altra scelta; non avevano idea di dove fossero e tantomeno di dove si trovasse la base Alpha.
E così viaggiarono per quello strano mondo: Superarono un altopiano ed una pianura apparentemente senza fine, fermandosi spesso per sgranchirsi e soddisfare bisogni impellenti; una volta si fermarono anche per consumare una razione a testa.
Grepo avrebbe giurato che stessero viaggiando da una quindicina di ore, ma non poteva dire con precisione se fossero di più o di meno; quello che sentiva per sicuro era la stanchezza.
Aveva le braccia a pezzi: stare attaccato a quella torretta aliena per ore lo aveva distrutto.
Finalmente decisero di fermarsi per dormire.
Stava facendo buio, ma non potevano mai sapere con certezza quanto sarebbe durata la “notte”: a volte il sole veniva coperto dal gigante gassoso, altre volte dalla luna o dall’anello stesso.
Ad ogni modo, scesero dallo Spectre e si disposero in cerchio, consumando una razione a testa: DeMayo ne aveva ancora una bella scorta nello zaino.
McKenzie rifiutò la sua dicendo che “il viaggio gli aveva stuprato lo stomaco”.
Grepo si sentì in dovere di mangiare quella povera razione, rifiutata così brutalmente dal compagno: successivamente annunciò che aveva terminato il pasto con un sonoro rutto.
Era uno di quei momenti in cui erano riuniti e parlavano del più e del meno prima di dormire; era una loro tradizione, ma la sera prima l’avevano saltata perchè erano troppo stanchi.
Parlarono della nuova minaccia, di come avevano beffato quegli Elite, e raccontarono a DeMayo e Mungle di quella volta in cui si erano persi nelle foreste di Victoria mentre erano di pattuglia, l’anno prima, quando i due ancora non erano parte della squadra; Grepo aveva chiesto indicazioni per la base UNSC più vicina a due distinti signori che aveva incontrato, ed aveva notato solo dopo che sulle loro divise c’era il simbolo del pugno rosso degli Inni, con la scritta MORTE AI FASCISTI UNSC.
Mungle però sembrava non ascoltarli: stava lavorando a qualcosa con il suo lanciarazzi; Grepo detestava quando non lo stavano a sentire mentre parlava.
DeMayo gli parlò del suo pianeta natale, Minister, che incredibilmente era ancora intatto: era l’unico ad avere ancora una casa.
Grepo ripensò a Sargasso, la sua casa, vetrificata nel 2546, due anni dopo il suo arruolamento.
DeMayo promise che se avessero vinto quella guerra li avrebbe ospitati tutti su Minister a casa sua.
Finalmente Mungle alzò lo sguardo da qualsiasi cosa stesse facendo, ed alzò al cielo quelo che sembrava essere un pene con un testicolo solo attaccato.
Da una più attenta analisi risultò esere un razzo con una granata attaccata con del nastro adesivo.
Un sorriso si dipinse sul suo volto. “Andiamo a vedere che esplosione fa.”, disse.
“Stai scherzando?”, lo rimproverò Wagner, “Quel razzo ci serve!”
Mungle riuscì ad incastrare il tutto all’interno di una canna del lanciarazzi.
McKenzie si avicinò a Mungle, ed insieme si allontanarono dal gruppo: Grepo decise di accodarsi a loro.
“Dove state andando?”, gli gridò dietro Panchenko, “Non vorrete davvero sprecarlo così?”
McKenzie si voltò. “E’ per la scienza!”, replicò.
“Già, per la scienza!”, gli fece eco Grepo.
Quando furono in uno spiazzo tranquillo, Mungle si alzò il lanciarazzi su una spalla. “Pronti?”
“Un piccolo volo per il razzo, un grande volo per l’umanità!”, rise McKenzie.
Mungle premette il grilletto: uno sbuffo di fumo uscì dal retro del lanciarazzi ma niente fu sparato fuori.
“Si è incastrato!”, sbraitò McKenzie, “Esploderà nella canna!”
Preso dal panico Mungle lanciò via il lanciarazzi e si gettò a terra.
Non successe niente.
Grepo guardò il lanciarazzi: se doveva esplodere l’avrebbe già fatto, ma non ne era sicuro. “Io lo lascerei lì.”
Mungle si voltò verso di lui ed annuì, e tutti e tre si incamminarono verso gli altri.
Quando li raggiunsero Panchenko li schernì. “Allora Tobias Shaw secondo, com’è andato l’esperimento?”
“Ho bisogno di granate più piccole.”, gli rispose Mungle.
Wagner sospirò, coricandosi. “E così se ne va il nostro ultimo razzo.”
Anche gli altri si sdraiarono.
“Turni di guardia?”, domandò McKenzie.
Per risposta Grepo gli tirò un pugno nelle costole.
Soddisfatto di aver completato anche quella giornata con una violenza su McKenzie, chiuse gli occhi e si addormentò subito.
X
Spoiler
L’indomani si rimisero in viaggio: non era possibile stabilire quanti chilometri avessero fatto o quanti ne mancassero alla loro meta, sempre che ce ne fosse una.
Panchenko era sollevato dal fatto che finalmente avessero cambiato di posto: ora lui e DeMayo si trovavano sui sedili laterali, mentre Mungle e McKenzie stavano dietro aggrappati alla torretta; quest’ultimo si era lamentato non poco, e stava continuando tutt’ora.
Ogni tanto Grepo lo colpiva sulla testa scoperta per zittirlo.
Avevano appena superato un altopiano dominato dalla neve e si stavano ancora riprendendo dal freddo che gli era penetrato fino nelle ossa, viaggiando a quella velocità: McKenzie continuava a dire che se avesse creato un mondo ci avrebbe messo temperature dai 20 ai 40 gradi e non si sarebbe mai sognato di inserirci delle zone sottozero, e malediva i creatori di quell’anello.
Dal lato di Panchenko, in lontananza si iniziava a vedere la sagoma di un incorciatore Covenant in orbita bassa.
Era il primo contatto con i Covenant da quando avevano rubato lo Spectre ai due Elite il giorno prima; avevano trovato qualche gruppo sparso delle nuove creature, ma mai così vicine da rappresentare una minaccia.
Che fosse la stessa nave che lo spartan aveva abbordato per portare in salvo il capitano Keyes? Non c’era modo di saperlo.
Si fermarono per discutere sul da farsi: avrebbero dovuto passare il più lontano possibile dalla nave, ma sulla loro destra c’era una catena montuosa ed era improbabile che sarebbero riusciti a passarci attraverso.
Avrebbero dovuto rischiare e passare il più lontano possibile dalla nave rimanendo a valle della montagna: Panchenko sperò che i nuovi nemici che avevano incontrato fossero stati attirati dalla nave e che tenessero occupate le pattuglie dei Covenant.
Inoltre, si trovavano su di un loro mezzo e forse in lontananza li avrebbero scambiati per alleati.
Durante il tragitto per aggirare la nave aliena Wagner fermò il veicolo di colpo e la cabina del pilota si aprì.
“Che succede, Mark?”, gli chiese Panchenko.
Wagner non scese dallo Spectre. “Ricevo dei segnali!”, disse eccitato, ”Sono solo interferenze per ora, ma questo significa che c’è qualcuno dei nostri qui vicino!”
“Ma dove? Qui non c’è niente!”, fece notare Grepo.
Panchenko posò i suoi occhi sull’incrociatore alieno. “Non può essere...”
“C’è solo un modo per scoprirlo.”, affermò Wagner, “Tenetevi.”
Richiuse la cabina del pilota ed iniziò ad avvicinarsi.
Panchenko colpì la cabina con un pugno. “Sei pazzo? Quei Banshee ci avvisteranno di sicuro!”
L’altro lo ignorò.
Una pattuglia di Banshee che sembrava diretta verso di loro virò e fece fuoco su di un bersaglio indefinito a terra.
La sua teoria doveva essere corretta: il nuovo nemico stava attaccando la nave.
McKenzie si fece sentire da dietro. “Non mi piace. Finiremo nel fuoco incrociato.”
Wagner si fermò di nuovò. “Il segnale adesso è più intenso, ed ho anche capito qualche parola. Non c’è dubbio: i nostri sono nella nave.”
Panchenko ci riflettè un secondo. “Dobbiamo raggiungerli in qualche modo.”
Rimasero tutti in silenzio: sembravano tutti d’accordo, e persino McKenzie non si lamentò per quella che sembrava una corsa suicida anche a Panchenko.
La zona intorno all’incrociatore era un altopiano desertico formato da parecchi canyon e crepacci di varie dimensioni.
Avvicinandosi ad esso si accorse che stava perdendo del fluido, forse del refrigerante; sarebbe riuscita a ripartire? Non gli importava: ci avrebbero pensato una volta riunitosi ai compagni.
Entrarono in un canyon di medie dimensioni apparentemente tranquillo, almeno rispetto al resto dell’altopiano, dove ovunque si stavano portando avanti furiose battaglie per il controllo della regione.
Come avevano fatto Silva e gli altri ad addentrarsi in mezzo a quel caos? Panchenko si rese conto che non sarebbero mai riusciti ad arrivare alla nave via terra, ed anche se fossero riusciti a raggiungere l’ascensore gravitazionale, probabilmente i loro compagni l’avevano disattivato per evitare che arrivassero dei rinforzi Covenant per riprendersi la nave.
Non espose le sue preoccupazioni ai suoi compagni: sembravano così determinati che avrebbe giurato sarebbero riusciti a raggiungere la nave anche saltando, e non voleva deluderli.
Nel canyon era presente solo un Phantom difeso da un Elite ed alcuni Jackal, alle prese con un attacco da parte delle seppie, che letteralmente piovevano giù dalla parete rocciosa: bene, erano distratti e non li avrebbero notati.
Improvvisamente si riscosse, e ripensò ai ragionamenti che aveva fatto pochi secondi prima: non c’era modo di raggiungere la nave via terra.
“Mark, fermati!”, disse colpendo la cabina del pilota.
Wagner eseguì l’ordine e bloccò di colpo il veicolo.
“Penso abbiate capito tutti che non c’è modo di raggiungere la nave via terra”, comunicò Panchenko.
Tutti abbassarono la testa guardando il terreno.
Wagner rivolse lo sguardo al Phantom, annuendo. “Ho capito cosa vuoi fare.”
“E come ce la prendiamo?”, chiese DeMayo.
Panchenko incrociò lo sguardò di Wagner. “Direi di entrarci dentro”, affermò quest’ultimo.
“Aspetta, entrarci dentro con cosa?”, chiese McKenzie.
Wagner girò la punta del veicolo verso il Phantom, che aveva l’area di carico aperta.
“Manca solo un po’ di musica”, disse Grepo.
Lo Spectre balzò in avanti alla massima velocità, e la nave da sbarco aliena iniziò ad avvicinarsi: apparentemente i suoi difensori non si accorsero di niente.
Quando li videro era troppo tardi.
Panchenko vide l’Elite in armatura rossa davanti a loro aprire le quattro mandibole e venire colpito in pieno dal veicolo alla massima velocità, e sentì uno schricchiolìo di ossa che lo fece rabbrividire.
Wagner frenò di colpo ma andarono a schiantarsi contro il Phantom ad una velocità discreta lo stesso.
Panchenko fu sbalzato via dal suo sedile e si ritrovò a pancia all’aria: mentre si riprendeva vide un Jackal voltarsi verso di lui ed alzare la sua pistola al plasma.
Cercò il suo fucile ma non lo trovò; gli era sfuggito di mano all’impatto e non aveva idea di dove fosse.
Prima che l’alieno riuscisse a sparare, però, una delle seppie gli saltò sul viso facendolo cadere a terra: nella distrazione dello schianto avevano lasciato dei buchi nelle loro postazioni difensive, ed ora mancava anche l’Elite a coordinarli.
Panchenko si rialzò e vide McKenzie zoppicare verso di lui, mentre DeMayo e Mungle stavano cercando di aprire la cabina del pilota dove Wagner era incastrato; Grepo era ancora sulla torretta e stava sparando a qualsiasi cosa fuori dalla nave.
Notò una nuova creatura simile a quella più grande incontrata nel laboratorio: aveva una forma vagamente umana ed impugnava un fucile a pompa M90, ed aveva delle strane protuberanze sul braccio sinistro.
Con esse colpì lo scudo di un Jackal spezzandogli il braccio, e dopo gli fece saltare la testa con un colpo del suo fucile a pompa a bruciapelo.
Grepo puntò la torretta verso di lui ed iniziò a sparargli; la creatura perse il braccio che brandiva l’arma ed una gamba, ma continuava a dimenarsi: era ancora vivo e voglioso di combattere.
Il marine lo ignorò e scese dalla torretta mentre l’essere strisciava per raggiungerlo; entrò nella nave da sbarco per aiutare gli altri a spingere lo Spectre fuori dal Phantom.
Grepo e DeMayo spinsero fuori il veicolo mentre gli altri tre tenevano lontane le creature che avevano sopraffatto i Jackal, e finivano la creatura più grande.
Uno volta che lo Spectre fu libero la cabina del pilota si aprì, e ne uscì Wagner: un rivolo di sangue usciva da una sua ferita sulla fronte, ma era ancora tutto intero.
Notò il cadavere del Jackal decapitato vicino ai suoi piedi. “Mmh, niente testa”, commentò.
Panchenko non era dell’umore adatto: lo prese per un braccio e lo tirò dentro. “Trova un modo per chiudere questo portello”, sbraitò.
Wagner annuì e si avviò verso la cabina di comando.
Il portellone si chiuse poco dopo.
Panchenko si voltò per complimentarsi con Wagner, ma si accorse che quest’ultimo era ancora fermo accanto a lui, e stava fissando un’altra creatura che non avevano notato prima, nella concitazione della battaglia.
Aveva rimosso un pannello e fluttuando a mezz’aria stava lavorando su alcuni componenti del Phantom con i suoi tentacoli: il suo primo impulso fu quello di alzare il fucile e sparargli, ma poi si accorse che li stava ignorando, così come aveva ignorato tutto quello che era successo negli ultimi minuti.
Grepo, di fianco a lui, non esitò a prendere la mira, e così dovette spostargli il fucile con le cattive. “Io non lo farei”, gli suggerì, “non ho mai visto niente del genere, ma a me sembra che stia riparando la nave.”
Confuso, Grepo abbassò il fucile e fece per dire qualcosa quando Mungle parlò sopra di lui: “E’ un Engineer. Ne ho letto alcuni rapporti.”
Panchenko gli fece cenno di continuare a parlare. “E...?”
“E non sono pericolosi. Tutto ciò che fanno è riparare, qualsiasi cosa.”
“Pensi che questo botolo possa pilotare il Phantom?”
Mungle alzò le spalle. “Non lo so.”
“Allora tocca a te.”
L’altro sospirò e si incamminò verso la postazione del pilota, ma l’Engineer lo precedette: premette alcuni comandi ed il velivolo si alzò in volo.
Nalla cabina del pilota c’erano vari schermi che consentivano una visione a 360 gradi: intorno a loro c’erano montagne di cadaveri, veicoli distrutti e fiumi di creature grandi e piccole.
Si stavano dirigendo dritti verso la nave: una volta lì dentro, non avrebbero avuto problemi a trovare gli altri.
Panchenko si concedette un sospiro di sollievo mentre gli altri marine festeggiavano.
McKenzie e Grepo si stavano battendo il cinque quando un’esplosione fece vibrare lo scafo dell’incrociatore.
Il silenzio calò sulla navetta da sbarco mentre i sei marine fissavano gli schermi: una serie di esplosioni percorse tutta la nave, che iniziò a perdere quota.
“Nonononono No!”, gridò Grepo.
Panchenko fissava gli schermi immobile.
“Ditemi che sono i fuochi d’artificio per festeggiare il nostro ritorno”, sussurrò McKenzie con un filo di voce.
L’incrociatore si schiantò al suolo con un boato assordante, e l’Engineer emise uno stridìo acuto.
“C’è McKay là dentro!”, urlò Mungle in preda alla disperazione.
“C’è Keyes là dentro!”, sbraitò McKenzie quasi all’unisono.
Restarono per alcuni minuti a fissare gli schermi, e Panchenko sperò che improvvisamente la nave riprendesse quota e che fosse tutto a posto.
“Andiamocene di qui”, mormorò infine con una mano sugli occhi.
Mungle si sedette sul sedile del pilota. “Dove andiamo?”
“In qualsiasi posto tranne che qui.”
“Aye.”
Panchenko e gli altri quattro marine uscirono dalla cabina del pilota e ri sedettero a terra.
Mungle li raggiunse pochi minuti dopo. “Fatto, ho impostato una traiettoria che ci porterà fuori dal sistema. Penso.”
“Quanto ci vorrà?”, chiese Panchenko.
“Oh, a questa velocità moriremo di vecchiaia molto prima di raggiungere i limiti del sistema.”
Si disposero tutti in cerchio e DeMayo estrasse dal suo zaino tutto il cibo che c’era.
“Se razioniamo, per me possiamo durare anche 15 giorni.”, ipotizzò.
Alla fine rubare qualcosa agli uomini di Silva era stata una buona idea: a loro non sarebbe più servita.
Rimasero in silenzio un altro minuto.
“Su con il morale”, esordì Grepo, “Anche Floyd è morto su quella nave.”
McKenzie estrasse un foglietto vecchio e spiegazzato da una tasca della sua divisa.
“Ancora quella lista?”, sbuffò Mungle.
Da quando Panchenko l’aveva conosciuto quattro anni prima, McKenzie aveva sempre tenuto quella lista con sè: era la lista dei pianeti che non esistevano più.
Scorrendola lesse anche il suo pianeta natale: Skopje, vetrificato dai Covenant nel 2547, tre anni dopo il suo arruolamento.
McKenzie scrisse REACH in fondo al foglietto, lo ripiegò e se lo rimise in tasca.
Grepo continuò a rassicurarli, ignorando McKenzie. “Manderanno qualcuno a cercare dei superstiti.”
“Potrebbero passare settimane prima che arrivi qualcuno”, si lamentò Wagner, “cosa faremo nel frattempo?”
DeMayo frugò di nuovo nel suo zaino e ne estrasse un mazzo di carte. “Partitina?”
L’indomani si rimisero in viaggio: non era possibile stabilire quanti chilometri avessero fatto o quanti ne mancassero alla loro meta, sempre che ce ne fosse una.
Panchenko era sollevato dal fatto che finalmente avessero cambiato di posto: ora lui e DeMayo si trovavano sui sedili laterali, mentre Mungle e McKenzie stavano dietro aggrappati alla torretta; quest’ultimo si era lamentato non poco, e stava continuando tutt’ora.
Ogni tanto Grepo lo colpiva sulla testa scoperta per zittirlo.
Avevano appena superato un altopiano dominato dalla neve e si stavano ancora riprendendo dal freddo che gli era penetrato fino nelle ossa, viaggiando a quella velocità: McKenzie continuava a dire che se avesse creato un mondo ci avrebbe messo temperature dai 20 ai 40 gradi e non si sarebbe mai sognato di inserirci delle zone sottozero, e malediva i creatori di quell’anello.
Dal lato di Panchenko, in lontananza si iniziava a vedere la sagoma di un incorciatore Covenant in orbita bassa.
Era il primo contatto con i Covenant da quando avevano rubato lo Spectre ai due Elite il giorno prima; avevano trovato qualche gruppo sparso delle nuove creature, ma mai così vicine da rappresentare una minaccia.
Che fosse la stessa nave che lo spartan aveva abbordato per portare in salvo il capitano Keyes? Non c’era modo di saperlo.
Si fermarono per discutere sul da farsi: avrebbero dovuto passare il più lontano possibile dalla nave, ma sulla loro destra c’era una catena montuosa ed era improbabile che sarebbero riusciti a passarci attraverso.
Avrebbero dovuto rischiare e passare il più lontano possibile dalla nave rimanendo a valle della montagna: Panchenko sperò che i nuovi nemici che avevano incontrato fossero stati attirati dalla nave e che tenessero occupate le pattuglie dei Covenant.
Inoltre, si trovavano su di un loro mezzo e forse in lontananza li avrebbero scambiati per alleati.
Durante il tragitto per aggirare la nave aliena Wagner fermò il veicolo di colpo e la cabina del pilota si aprì.
“Che succede, Mark?”, gli chiese Panchenko.
Wagner non scese dallo Spectre. “Ricevo dei segnali!”, disse eccitato, ”Sono solo interferenze per ora, ma questo significa che c’è qualcuno dei nostri qui vicino!”
“Ma dove? Qui non c’è niente!”, fece notare Grepo.
Panchenko posò i suoi occhi sull’incrociatore alieno. “Non può essere...”
“C’è solo un modo per scoprirlo.”, affermò Wagner, “Tenetevi.”
Richiuse la cabina del pilota ed iniziò ad avvicinarsi.
Panchenko colpì la cabina con un pugno. “Sei pazzo? Quei Banshee ci avvisteranno di sicuro!”
L’altro lo ignorò.
Una pattuglia di Banshee che sembrava diretta verso di loro virò e fece fuoco su di un bersaglio indefinito a terra.
La sua teoria doveva essere corretta: il nuovo nemico stava attaccando la nave.
McKenzie si fece sentire da dietro. “Non mi piace. Finiremo nel fuoco incrociato.”
Wagner si fermò di nuovò. “Il segnale adesso è più intenso, ed ho anche capito qualche parola. Non c’è dubbio: i nostri sono nella nave.”
Panchenko ci riflettè un secondo. “Dobbiamo raggiungerli in qualche modo.”
Rimasero tutti in silenzio: sembravano tutti d’accordo, e persino McKenzie non si lamentò per quella che sembrava una corsa suicida anche a Panchenko.
La zona intorno all’incrociatore era un altopiano desertico formato da parecchi canyon e crepacci di varie dimensioni.
Avvicinandosi ad esso si accorse che stava perdendo del fluido, forse del refrigerante; sarebbe riuscita a ripartire? Non gli importava: ci avrebbero pensato una volta riunitosi ai compagni.
Entrarono in un canyon di medie dimensioni apparentemente tranquillo, almeno rispetto al resto dell’altopiano, dove ovunque si stavano portando avanti furiose battaglie per il controllo della regione.
Come avevano fatto Silva e gli altri ad addentrarsi in mezzo a quel caos? Panchenko si rese conto che non sarebbero mai riusciti ad arrivare alla nave via terra, ed anche se fossero riusciti a raggiungere l’ascensore gravitazionale, probabilmente i loro compagni l’avevano disattivato per evitare che arrivassero dei rinforzi Covenant per riprendersi la nave.
Non espose le sue preoccupazioni ai suoi compagni: sembravano così determinati che avrebbe giurato sarebbero riusciti a raggiungere la nave anche saltando, e non voleva deluderli.
Nel canyon era presente solo un Phantom difeso da un Elite ed alcuni Jackal, alle prese con un attacco da parte delle seppie, che letteralmente piovevano giù dalla parete rocciosa: bene, erano distratti e non li avrebbero notati.
Improvvisamente si riscosse, e ripensò ai ragionamenti che aveva fatto pochi secondi prima: non c’era modo di raggiungere la nave via terra.
“Mark, fermati!”, disse colpendo la cabina del pilota.
Wagner eseguì l’ordine e bloccò di colpo il veicolo.
“Penso abbiate capito tutti che non c’è modo di raggiungere la nave via terra”, comunicò Panchenko.
Tutti abbassarono la testa guardando il terreno.
Wagner rivolse lo sguardo al Phantom, annuendo. “Ho capito cosa vuoi fare.”
“E come ce la prendiamo?”, chiese DeMayo.
Panchenko incrociò lo sguardò di Wagner. “Direi di entrarci dentro”, affermò quest’ultimo.
“Aspetta, entrarci dentro con cosa?”, chiese McKenzie.
Wagner girò la punta del veicolo verso il Phantom, che aveva l’area di carico aperta.
“Manca solo un po’ di musica”, disse Grepo.
Lo Spectre balzò in avanti alla massima velocità, e la nave da sbarco aliena iniziò ad avvicinarsi: apparentemente i suoi difensori non si accorsero di niente.
Quando li videro era troppo tardi.
Panchenko vide l’Elite in armatura rossa davanti a loro aprire le quattro mandibole e venire colpito in pieno dal veicolo alla massima velocità, e sentì uno schricchiolìo di ossa che lo fece rabbrividire.
Wagner frenò di colpo ma andarono a schiantarsi contro il Phantom ad una velocità discreta lo stesso.
Panchenko fu sbalzato via dal suo sedile e si ritrovò a pancia all’aria: mentre si riprendeva vide un Jackal voltarsi verso di lui ed alzare la sua pistola al plasma.
Cercò il suo fucile ma non lo trovò; gli era sfuggito di mano all’impatto e non aveva idea di dove fosse.
Prima che l’alieno riuscisse a sparare, però, una delle seppie gli saltò sul viso facendolo cadere a terra: nella distrazione dello schianto avevano lasciato dei buchi nelle loro postazioni difensive, ed ora mancava anche l’Elite a coordinarli.
Panchenko si rialzò e vide McKenzie zoppicare verso di lui, mentre DeMayo e Mungle stavano cercando di aprire la cabina del pilota dove Wagner era incastrato; Grepo era ancora sulla torretta e stava sparando a qualsiasi cosa fuori dalla nave.
Notò una nuova creatura simile a quella più grande incontrata nel laboratorio: aveva una forma vagamente umana ed impugnava un fucile a pompa M90, ed aveva delle strane protuberanze sul braccio sinistro.
Con esse colpì lo scudo di un Jackal spezzandogli il braccio, e dopo gli fece saltare la testa con un colpo del suo fucile a pompa a bruciapelo.
Grepo puntò la torretta verso di lui ed iniziò a sparargli; la creatura perse il braccio che brandiva l’arma ed una gamba, ma continuava a dimenarsi: era ancora vivo e voglioso di combattere.
Il marine lo ignorò e scese dalla torretta mentre l’essere strisciava per raggiungerlo; entrò nella nave da sbarco per aiutare gli altri a spingere lo Spectre fuori dal Phantom.
Grepo e DeMayo spinsero fuori il veicolo mentre gli altri tre tenevano lontane le creature che avevano sopraffatto i Jackal, e finivano la creatura più grande.
Uno volta che lo Spectre fu libero la cabina del pilota si aprì, e ne uscì Wagner: un rivolo di sangue usciva da una sua ferita sulla fronte, ma era ancora tutto intero.
Notò il cadavere del Jackal decapitato vicino ai suoi piedi. “Mmh, niente testa”, commentò.
Panchenko non era dell’umore adatto: lo prese per un braccio e lo tirò dentro. “Trova un modo per chiudere questo portello”, sbraitò.
Wagner annuì e si avviò verso la cabina di comando.
Il portellone si chiuse poco dopo.
Panchenko si voltò per complimentarsi con Wagner, ma si accorse che quest’ultimo era ancora fermo accanto a lui, e stava fissando un’altra creatura che non avevano notato prima, nella concitazione della battaglia.
Aveva rimosso un pannello e fluttuando a mezz’aria stava lavorando su alcuni componenti del Phantom con i suoi tentacoli: il suo primo impulso fu quello di alzare il fucile e sparargli, ma poi si accorse che li stava ignorando, così come aveva ignorato tutto quello che era successo negli ultimi minuti.
Grepo, di fianco a lui, non esitò a prendere la mira, e così dovette spostargli il fucile con le cattive. “Io non lo farei”, gli suggerì, “non ho mai visto niente del genere, ma a me sembra che stia riparando la nave.”
Confuso, Grepo abbassò il fucile e fece per dire qualcosa quando Mungle parlò sopra di lui: “E’ un Engineer. Ne ho letto alcuni rapporti.”
Panchenko gli fece cenno di continuare a parlare. “E...?”
“E non sono pericolosi. Tutto ciò che fanno è riparare, qualsiasi cosa.”
“Pensi che questo botolo possa pilotare il Phantom?”
Mungle alzò le spalle. “Non lo so.”
“Allora tocca a te.”
L’altro sospirò e si incamminò verso la postazione del pilota, ma l’Engineer lo precedette: premette alcuni comandi ed il velivolo si alzò in volo.
Nalla cabina del pilota c’erano vari schermi che consentivano una visione a 360 gradi: intorno a loro c’erano montagne di cadaveri, veicoli distrutti e fiumi di creature grandi e piccole.
Si stavano dirigendo dritti verso la nave: una volta lì dentro, non avrebbero avuto problemi a trovare gli altri.
Panchenko si concedette un sospiro di sollievo mentre gli altri marine festeggiavano.
McKenzie e Grepo si stavano battendo il cinque quando un’esplosione fece vibrare lo scafo dell’incrociatore.
Il silenzio calò sulla navetta da sbarco mentre i sei marine fissavano gli schermi: una serie di esplosioni percorse tutta la nave, che iniziò a perdere quota.
“Nonononono No!”, gridò Grepo.
Panchenko fissava gli schermi immobile.
“Ditemi che sono i fuochi d’artificio per festeggiare il nostro ritorno”, sussurrò McKenzie con un filo di voce.
L’incrociatore si schiantò al suolo con un boato assordante, e l’Engineer emise uno stridìo acuto.
“C’è McKay là dentro!”, urlò Mungle in preda alla disperazione.
“C’è Keyes là dentro!”, sbraitò McKenzie quasi all’unisono.
Restarono per alcuni minuti a fissare gli schermi, e Panchenko sperò che improvvisamente la nave riprendesse quota e che fosse tutto a posto.
“Andiamocene di qui”, mormorò infine con una mano sugli occhi.
Mungle si sedette sul sedile del pilota. “Dove andiamo?”
“In qualsiasi posto tranne che qui.”
“Aye.”
Panchenko e gli altri quattro marine uscirono dalla cabina del pilota e ri sedettero a terra.
Mungle li raggiunse pochi minuti dopo. “Fatto, ho impostato una traiettoria che ci porterà fuori dal sistema. Penso.”
“Quanto ci vorrà?”, chiese Panchenko.
“Oh, a questa velocità moriremo di vecchiaia molto prima di raggiungere i limiti del sistema.”
Si disposero tutti in cerchio e DeMayo estrasse dal suo zaino tutto il cibo che c’era.
“Se razioniamo, per me possiamo durare anche 15 giorni.”, ipotizzò.
Alla fine rubare qualcosa agli uomini di Silva era stata una buona idea: a loro non sarebbe più servita.
Rimasero in silenzio un altro minuto.
“Su con il morale”, esordì Grepo, “Anche Floyd è morto su quella nave.”
McKenzie estrasse un foglietto vecchio e spiegazzato da una tasca della sua divisa.
“Ancora quella lista?”, sbuffò Mungle.
Da quando Panchenko l’aveva conosciuto quattro anni prima, McKenzie aveva sempre tenuto quella lista con sè: era la lista dei pianeti che non esistevano più.
Scorrendola lesse anche il suo pianeta natale: Skopje, vetrificato dai Covenant nel 2547, tre anni dopo il suo arruolamento.
McKenzie scrisse REACH in fondo al foglietto, lo ripiegò e se lo rimise in tasca.
Grepo continuò a rassicurarli, ignorando McKenzie. “Manderanno qualcuno a cercare dei superstiti.”
“Potrebbero passare settimane prima che arrivi qualcuno”, si lamentò Wagner, “cosa faremo nel frattempo?”
DeMayo frugò di nuovo nel suo zaino e ne estrasse un mazzo di carte. “Partitina?”
Epilogo
Spoiler
Undici giorni dopo.
“Che gran colpo di fortuna!”, esclamò il tenente Allan Landgren, e poi dette una pacca amichevole al suo copilota, il sottotenente Samuel Blauner. “Non pensi anche tu, Sam?”
L’altro mugugnò qualcosa di incrompensibile in risposta; era sempre stato un tipo molto chiuso, ma era anche un eccellente copilota, il migliore che potesse chiedere, e la sua agiatezza ai comandi e la semplicità con cui eseguiva manovre complicate parlavano per lui.
Perciò non dovette nemmeno dirgli cosa fare mentre delicatamente si allineava con la nave per attraccare: dovevano consegnare un pacco importante, e sarebbe stato un problema perchè era più grande del Pelican che stava pilotando.
Erano arrivati nel sistema dopo il ritorno dello spartan sulla terra per cercare di catturare alcuni Covenant, forse per interrogarli, Landgren non lo sapeva: il dottor Smith era l’unico che conosceva i dettagli dell’operazione, ed al tenente non importavano, lui faceva solo il suo lavoro.
Anche il fatto che per una missione del genere utilizzassero una nave-prigione sembrava strano, ma Landgren aveva fiducia nei suoi superiori: in fondo erano tutti umani e stavano combattendo la stessa guerra, non c’erano rischi di spie o di tradimenti.
Una volta arrivati nei pressi del campo di detriti della struttura ad anello avevano rilevato un Phantom alla deriva nello spazio, che era proprio quello che gli serviva: se si fossero sbrigati avrebbero potuto trovare dei Covenant ancora in vita, così adesso lo stavano trainando verso la loro nave.
Si chiese perchè il pilota di quel velivolo alieno avesse impostato una rotta che li avrebbe portati a schiantarsi contro la luna del gigante gassoso; accantonò quei pensieri: erano alieni e non ragionavano come lui.
Entrarono nella baia d’attracco della nave-prigione, dove c’era appena lo spazio per le due navi: dovettero effettuare manovre millimetriche per entrarci.
Quando furono atterrati con successo, Landgren si voltò verso Blauner, che annuì impercettibilmente: non era nemmeno tipo da grandi festeggiamenti.
Insieme uscirono fuori dal pelican: ad attenderli nella baia c’erano il dottor Smith ed un gruppo di guardie armate con M6C ed M7 d’ordinanza.
Il dottore si avvicinò ai due piloti con l’aria soddisfatta. “Complimenti per il vostro atterraggio, tenente.”
“Grazie, ma il merito va anche al mio copilota”, gli rispose, voltandosi verso il sottufficiale.
Blauner borbottò qualcosa.
“La voglio avvertire che una volta presi i prigionieri da quella navetta dovremo sbarazzarcene”, continuò Landgren voltandosi di nuovo verso il dottore, “riportare indietro attrezzature o equipaggiamenti dei Covenant senza autorizzazione è una violazione del protocollo Cole.”
Smith annuì. “Ne sono a conoscenza, tenente. Non si preoccupi, la navetta non è di mio interesse.”
Si voltò verso le guardie e gli fece un cenno con la testa: queste si posizionarono fuori dal Phantom, intorno ad uno di loro che stava aprendo un varco con una fiamma ossidrica.
Landgren si sentì improvvisamente teso: chiunque si trovasse in quella nave di sicuro era lì dentro da una decina di giorni e non era in condizioni di combattere, ma andare a cercare i Covenant era come andare a caccia di guai.
La guardia con la fiamma ossidrica terminò il suo lavoro ed alzò la sua M7, poi fece cenno agli altri di entrare.
Quando furono tutti all’interno si sentì uno di loro gridare: “Dottore! Forse è meglio se viene a vedere.”
Smith si incamminò e Landgren lo seguì per curiosità; quando entrò dentro la navetta dovette tapparsi il naso per il tanfo insopportabile.
Sul pavimento c’era ogni sorta di sporcizia, ed un essere che sembrava un palloncino sgonfio: pensava che fosse un Engineer, ma non ne era sicuro; ad ogni modo, era chiaramente morto e dava i primi segni di rigor mortis.
Quello che però aveva colpito di più le guardie giaceva dall’altra parte della navetta: sei marine riversi a terra.
Erano sfuggiti alla distruzione dell’anello con una nave nemica? Il tenente non poteva nemmeno immaginare che fegato dovevano avere quegli uomini,e si rifiutava cdi credere che fossero morti dopo tutto quello che avevano passato.
Il dottore cercò i segni vitali di ognuno di loro.
“I segni vitali sono deboli, ma presenti”, comunicò infine.
Landgren si accorse che stava trattenendo il respiro, ed espirò lentamente: avrebbe stretto la mano ad ognuno di loro una volta che si fossero ripresi.
“Portiamoli fuori di qui”, aggiunse Smith, ”hanno bisogno di cure al più presto.”
Il tenente aiutò il dottore e le guardie a trascinare fuori i marine esanimi: si chiese perchè uno di loro, “Pvt. Marcus F. Grepo” da quel che c’era scritto sull’uniforme, tenesse per il collo un compagno, che secondo la sua uniforme era identificato come “Pvt. Vincent K. Mungle”.
Inoltre, il primo marine stava chiaramente delirando: continuava a mormorare “Maledetto Vince, ti sei mangiato tutto”, probabilmente riferito al compagno, in uno stato di semicoscienza.
Landgren, aiutato da una guardia, trascinò fuori uno dei soldati, e poi lesse il suo nome sull’uniforme: “Pvt. Simon S. DeMayo”.
“Dottore! Questo qui è sveglio!”, sbraitò una delle guardie.
Smith si avvicinò al marine, ed il tenente lo seguì ancora una volta per soddisfare la sua curiosità: al contrario, il suo copilota era ancora fermo dove l’aveva lasciato prima.
Il soldato identificato come “Cpl. Andrew B. McKenzie” aveva gli occhi aperti e si stava guardando intorno.
“Dove sono?”, domandò con un filo di voce, “Chi siete voi?”
“Siamo amici. Ti trovi sulla Mona Lisa.”, gli rispose Smith, “E’ tutto finito. Sei al sicuro ora.”
Undici giorni dopo.
“Che gran colpo di fortuna!”, esclamò il tenente Allan Landgren, e poi dette una pacca amichevole al suo copilota, il sottotenente Samuel Blauner. “Non pensi anche tu, Sam?”
L’altro mugugnò qualcosa di incrompensibile in risposta; era sempre stato un tipo molto chiuso, ma era anche un eccellente copilota, il migliore che potesse chiedere, e la sua agiatezza ai comandi e la semplicità con cui eseguiva manovre complicate parlavano per lui.
Perciò non dovette nemmeno dirgli cosa fare mentre delicatamente si allineava con la nave per attraccare: dovevano consegnare un pacco importante, e sarebbe stato un problema perchè era più grande del Pelican che stava pilotando.
Erano arrivati nel sistema dopo il ritorno dello spartan sulla terra per cercare di catturare alcuni Covenant, forse per interrogarli, Landgren non lo sapeva: il dottor Smith era l’unico che conosceva i dettagli dell’operazione, ed al tenente non importavano, lui faceva solo il suo lavoro.
Anche il fatto che per una missione del genere utilizzassero una nave-prigione sembrava strano, ma Landgren aveva fiducia nei suoi superiori: in fondo erano tutti umani e stavano combattendo la stessa guerra, non c’erano rischi di spie o di tradimenti.
Una volta arrivati nei pressi del campo di detriti della struttura ad anello avevano rilevato un Phantom alla deriva nello spazio, che era proprio quello che gli serviva: se si fossero sbrigati avrebbero potuto trovare dei Covenant ancora in vita, così adesso lo stavano trainando verso la loro nave.
Si chiese perchè il pilota di quel velivolo alieno avesse impostato una rotta che li avrebbe portati a schiantarsi contro la luna del gigante gassoso; accantonò quei pensieri: erano alieni e non ragionavano come lui.
Entrarono nella baia d’attracco della nave-prigione, dove c’era appena lo spazio per le due navi: dovettero effettuare manovre millimetriche per entrarci.
Quando furono atterrati con successo, Landgren si voltò verso Blauner, che annuì impercettibilmente: non era nemmeno tipo da grandi festeggiamenti.
Insieme uscirono fuori dal pelican: ad attenderli nella baia c’erano il dottor Smith ed un gruppo di guardie armate con M6C ed M7 d’ordinanza.
Il dottore si avvicinò ai due piloti con l’aria soddisfatta. “Complimenti per il vostro atterraggio, tenente.”
“Grazie, ma il merito va anche al mio copilota”, gli rispose, voltandosi verso il sottufficiale.
Blauner borbottò qualcosa.
“La voglio avvertire che una volta presi i prigionieri da quella navetta dovremo sbarazzarcene”, continuò Landgren voltandosi di nuovo verso il dottore, “riportare indietro attrezzature o equipaggiamenti dei Covenant senza autorizzazione è una violazione del protocollo Cole.”
Smith annuì. “Ne sono a conoscenza, tenente. Non si preoccupi, la navetta non è di mio interesse.”
Si voltò verso le guardie e gli fece un cenno con la testa: queste si posizionarono fuori dal Phantom, intorno ad uno di loro che stava aprendo un varco con una fiamma ossidrica.
Landgren si sentì improvvisamente teso: chiunque si trovasse in quella nave di sicuro era lì dentro da una decina di giorni e non era in condizioni di combattere, ma andare a cercare i Covenant era come andare a caccia di guai.
La guardia con la fiamma ossidrica terminò il suo lavoro ed alzò la sua M7, poi fece cenno agli altri di entrare.
Quando furono tutti all’interno si sentì uno di loro gridare: “Dottore! Forse è meglio se viene a vedere.”
Smith si incamminò e Landgren lo seguì per curiosità; quando entrò dentro la navetta dovette tapparsi il naso per il tanfo insopportabile.
Sul pavimento c’era ogni sorta di sporcizia, ed un essere che sembrava un palloncino sgonfio: pensava che fosse un Engineer, ma non ne era sicuro; ad ogni modo, era chiaramente morto e dava i primi segni di rigor mortis.
Quello che però aveva colpito di più le guardie giaceva dall’altra parte della navetta: sei marine riversi a terra.
Erano sfuggiti alla distruzione dell’anello con una nave nemica? Il tenente non poteva nemmeno immaginare che fegato dovevano avere quegli uomini,e si rifiutava cdi credere che fossero morti dopo tutto quello che avevano passato.
Il dottore cercò i segni vitali di ognuno di loro.
“I segni vitali sono deboli, ma presenti”, comunicò infine.
Landgren si accorse che stava trattenendo il respiro, ed espirò lentamente: avrebbe stretto la mano ad ognuno di loro una volta che si fossero ripresi.
“Portiamoli fuori di qui”, aggiunse Smith, ”hanno bisogno di cure al più presto.”
Il tenente aiutò il dottore e le guardie a trascinare fuori i marine esanimi: si chiese perchè uno di loro, “Pvt. Marcus F. Grepo” da quel che c’era scritto sull’uniforme, tenesse per il collo un compagno, che secondo la sua uniforme era identificato come “Pvt. Vincent K. Mungle”.
Inoltre, il primo marine stava chiaramente delirando: continuava a mormorare “Maledetto Vince, ti sei mangiato tutto”, probabilmente riferito al compagno, in uno stato di semicoscienza.
Landgren, aiutato da una guardia, trascinò fuori uno dei soldati, e poi lesse il suo nome sull’uniforme: “Pvt. Simon S. DeMayo”.
“Dottore! Questo qui è sveglio!”, sbraitò una delle guardie.
Smith si avvicinò al marine, ed il tenente lo seguì ancora una volta per soddisfare la sua curiosità: al contrario, il suo copilota era ancora fermo dove l’aveva lasciato prima.
Il soldato identificato come “Cpl. Andrew B. McKenzie” aveva gli occhi aperti e si stava guardando intorno.
“Dove sono?”, domandò con un filo di voce, “Chi siete voi?”
“Siamo amici. Ti trovi sulla Mona Lisa.”, gli rispose Smith, “E’ tutto finito. Sei al sicuro ora.”

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